Nel 2025 le dimissioni volontarie dei medici pugliesi sarebbero salite da 56 a 308, superando nettamente i 152 pensionamenti. Le assunzioni aumentano, ma il saldo si ferma a 80 professionisti. Prima di annunciare nuovi posti, la Regione dovrebbe capire perché quelli già occupati vengono abbandonati.
La Puglia ha assunto 540 medici a tempo indeterminato. È la buona notizia. Nello stesso anno, il 2025, 308 medici si sono dimessi volontariamente e altri 152 sono andati in pensione. Questa è la parte della notizia che solitamente arriva dopo, quando sono già terminati i comunicati sulle assunzioni.
I dati emergono dalla radiografia del personale medico ospedaliero elaborata dal Centro Studi del sindacato Anaao Assomed. Le informazioni relative al 2025 sono ancora provvisorie e dovranno essere consolidate, ma la dimensione del fenomeno non consente di archiviarlo come una normale oscillazione.
Nel 2024 le dimissioni volontarie registrate in Puglia erano state 56. Nel 2025 sarebbero diventate 308: più di cinque volte tanto e il doppio dei pensionamenti. Facendo una sottrazione molto meno entusiasmante di una conferenza stampa, dalle 540 assunzioni rimangono 80 medici in più dopo aver considerato dimissioni e pensionamenti.
Per ogni cento professionisti entrati stabilmente nel sistema, circa 57 hanno presentato le dimissioni. Sommando i pensionamenti, le uscite equivalgono a 85 unità ogni cento assunte. La Regione Puglia apre il rubinetto. L’organizzazione dimentica di controllare lo scarico. Il problema, quindi, non è soltanto trovare medici. È riuscire a trattenerli.
La differenza tra assumere e rafforzare gli organici
Nel dibattito pubblico ogni autorizzazione ad assumere viene frequentemente presentata come personale già disponibile nei reparti. In realtà, tra un posto autorizzato e un professionista stabilmente presente esistono diversi passaggi: il concorso deve essere bandito, i candidati devono partecipare, la graduatoria deve essere approvata, gli idonei devono accettare, prendere servizio e infine decidere di rimanere.
È soprattutto quest’ultimo passaggio a essere quasi sempre assente dal racconto politico. Contiamo le assunzioni perché producono un numero facilmente comunicabile. Contiamo molto meno le rinunce, i trasferimenti e le dimissioni, perché raccontano ciò che accade dopo l’annuncio.
E ciò che accade dopo è responsabilità dell’organizzazione. Un’azienda può assumere dieci professionisti e perderne otto. Nel comunicato rimarranno dieci nuove assunzioni. Nel reparto ne resteranno due. Formalmente il piano è stato realizzato. Sostanzialmente il turno continua a essere scoperto.
I dati dicono quanti se ne vanno, non ancora perché
Sarebbe scorretto affermare che tutti i 308 medici abbiano lasciato per i carichi di lavoro, la retribuzione, le aggressioni o la mancanza di carriera. Lo studio descrive i flussi, ma non contiene un’indagine individuale sulle motivazioni e sulle destinazioni dei dimissionari.
Non sappiamo quanti abbiano scelto un’altra azienda pubblica, quanti il settore privato, quanti la libera professione e quanti abbiano lasciato la Puglia o l’Italia. Non sappiamo quali specialità siano state maggiormente interessate né quali aziende abbiano registrato le perdite più consistenti.
Queste informazioni dovrebbero essere disponibili alla Regione e alle singole aziende sanitarie. Se non lo sono, abbiamo un problema di governo del personale. Se esistono ma non vengono pubblicate e utilizzate, abbiamo un problema di trasparenza e di responsabilità. In entrambi i casi, continuare a parlare genericamente di carenza rischia di nascondere le differenze tra territori, discipline e organizzazioni.
Un anestesista che lascia un ospedale periferico non produce lo stesso effetto di un’uscita compensabile in poche settimane. Un professionista esperto che si dimette porta con sé competenze, capacità di supervisione e memoria organizzativa che un nuovo assunto, per quanto preparato, dovrà costruire nel tempo. La perdita non è soltanto numerica.
Il concorso non è una politica di fidelizzazione
La risposta abituale alla carenza consiste nell’autorizzare altre assunzioni. È necessario, ma non sufficiente. Se un’azienda perde professionisti più rapidamente di quanto riesca a inserirli, aumentare il numero dei concorsi significa accelerare il ricambio senza correggere le cause che lo alimentano. Il concorso può portare una persona dentro il sistema. Non può obbligarla a considerare sostenibile ciò che trova.
Turni, riposi, carichi, sicurezza, possibilità di crescita, autonomia, qualità della direzione e conciliazione con la vita personale non sono aspetti accessori. Sono le condizioni attraverso le quali un contratto diventa una scelta professionale duratura. La stabilità giuridica non garantisce automaticamente la permanenza. Si può avere un contratto a tempo indeterminato e una determinazione molto precisa a dimettersi.
Servono dati azienda per azienda
La Regione Puglia dovrebbe costruire un monitoraggio periodico delle cessazioni volontarie, distinto per azienda, presidio, disciplina, età professionale e anzianità di servizio. Ogni dimissione dovrebbe essere accompagnata, quando il lavoratore accetta, da un colloquio strutturato di uscita. Non per convincerlo a restare all’ultimo minuto, ma per comprendere che cosa non ha funzionato.
Occorre inoltre misurare la permanenza dei nuovi assunti a sei, dodici e ventiquattro mesi. Un piano assunzionale non dovrebbe essere valutato soltanto attraverso il numero dei contratti firmati, ma verificando quanti professionisti risultino ancora in servizio e in quali condizioni operative.
Sarebbe utile pubblicare almeno quattro indicatori:
- tempo medio necessario per coprire i posti autorizzati;
- percentuale di candidati che rinuncia all’assunzione;
- dimissioni volontarie entro i primi due anni;
- saldo effettivo degli organici per disciplina e azienda.
Senza questi dati, la programmazione rimane fondata sugli ingressi teorici e sulle uscite scoperte quando ormai hanno prodotto il turno mancante.
La lezione riguarda tutte le professioni
Lo studio analizza i medici ospedalieri, ma la questione è molto più ampia. Anche per infermieri, tecnici, ostetriche e altre professioni sanitarie il numero delle assunzioni non coincide necessariamente con il rafforzamento dei servizi. Graduatorie esaurite, rinunce, mobilità e abbandoni precoci mostrano che il posto pubblico non possiede più automaticamente la forza attrattiva del passato.
Per anni il Servizio sanitario ha dato per scontato che i professionisti volessero entrare e, soprattutto, rimanere. Oggi deve dimostrarlo. La Puglia può continuare ad autorizzare assunzioni, bandire concorsi e celebrare ogni nuovo contratto. Ma se non analizza le 308 dimissioni volontarie registrate nel 2025, continuerà a intervenire soltanto sulla metà più visibile del problema.
Assumere personale è indispensabile. Trattenerlo è organizzazione. E una sanità che festeggia 540 ingressi senza interrogarsi seriamente sulle 460 uscite considerate dal rapporto non sta ancora programmando il personale. Sta soltanto aggiornando il contatore vicino a una porta girevole.
Guido Gabriele Antonio
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