Sono le sette e trenta. In un centro di riabilitazione codice 56, in un reparto ex articolo 26 della legge 833 del ’78, in una Rsa qualunque d’Italia, un infermiere si china su un anziano e gli controlla la glicemia, la pressione, la saturazione.
Alle otto e trenta un fisioterapista aiuta una paziente a camminare con il girello dopo un ictus. Una logopedista spiega e fa eseguire gli esercizi per la masticazione e la deglutizione a un paziente con Sla, controllando che vengano svolti in modo corretto per evitare rischi durante l’alimentazione. Un Oss accompagna un uomo che non cammina più da solo fino al lavandino, e lo educa a compiere i giusti movimenti per lavare i denti dopo un ictus, con la pazienza di chi lo farebbe anche per un figlio. Un fisiatra inizia il giro delle visite.
Nessuno di loro, in quel momento, pensa a Roma, alla Regione, a un decreto. Pensano solo alla persona che hanno davanti.
Eppure quel gesto, così semplice e così necessario, dipende da qualcosa che si decide lontano da lì. Nelle scorse settimane il Governo ha adeguato i Drg, le tariffe ospedaliere: un passo giusto, atteso da anni. Ma le rette e le tariffe delle strutture socio-sanitarie che operano ai sensi dell’articolo 26 – le residenze per anziani, i centri di riabilitazione, le case che accolgono chi non ha più nessun altro posto dove stare – restano ferme dal 2012. E anche dove lo Stato ha fatto la sua parte sui Drg, tocca ora alle Regioni recepirla: un passaggio tecnico che può diventare, per chi vive in una Regione senza risorse, l’ennesima porta chiusa.
È in questo vuoto che si consuma, da otto anni, il silenzio sul rinnovo del contratto della sanità accreditata – cliniche e ospedali classificati Aiop e Aris – e da quattordici anni quello delle residenze socio-sanitarie, dei centri di riabilitazione e delle Rsa Aiop Rsa e Aris Rsa.
Quattordici anni in cui una generazione di infermieri, fisioterapisti, logopedisti e Oss ha visto invecchiare il proprio stipendio insieme ai pazienti che assisteva.
Strutture medio-piccole che faticano a restare in piedi, che pagano le retribuzioni sperando che l’Asl non ritardi la rimessa, che devono acquistare farmaci, presidi e materiali a prezzi che dal Covid a oggi, in molti casi, si sono triplicati. E se oggi si apre un qualunque sito di annunci di lavoro, o si scorre Facebook, o LinkedIn, si trovano decine, centinaia di ricerche di infermieri e fisioterapisti, in ogni Regione d’Italia: un allarme silenzioso, che grida senza che nessuno sembri ascoltarlo.
Chi rappresenta le istituzioni, a ogni livello – locale, regionale, nazionale – dovrebbe fermarsi un istante davanti a questo: dietro ogni retta ferma, dietro ogni tariffa non adeguata, c’è un turno che qualcuno farà comunque, spesso in due invece che in tre, spesso senza recuperare le ore, spesso tornando a casa con la sensazione di aver dato tutto e di non essere visto da nessuno. Non è un’esagerazione. È quello che accade, ogni mattina, in centinaia di strutture che tengono in piedi un pezzo di Servizio sanitario nazionale con le proprie mani, mentre aspettano una firma che non arriva.
In Abruzzo, le strutture socio-sanitarie e le Rsa che operano ai sensi dell’articolo 26 della legge 833 del ’78 — accreditate e convenzionate — attendono sin dal 2012 un adeguamento delle rette.
Il Governo, nelle scorse settimane, ha approvato i nuovi valori dei Drg: è una responsabilità che oggi tocca alla Regione, al Presidente Marsilio, all’Assessore alla Sanità Nicoletta Veri e ai Consiglieri regionali di maggioranza affrontare, con concretezza, il tema della revisione delle tariffe per queste strutture. Non si chiede di inventare risorse che non esistono, ma di riconoscere che un sistema tariffario fermo da dodici anni non può più reggere il peso di costi che nel frattempo si sono moltiplicati. È un impegno che la Regione Abruzzo può prendere, sin da subito, per dare respiro a chi lavora nei nostri centri di riabilitazione e nelle nostre residenze.
I sindacati lo sanno bene: il 20 luglio scorso Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fp hanno già portato questa vertenza al tavolo della Conferenza delle Regioni, alla presenza del Presidente del Comitato di Settore Regioni-Sanità, del Coordinatore della Commissione Salute e del Capo di Gabinetto del Ministro della Salute.
È stato un primo passo, riconosciuto come tale dalle stesse organizzazioni sindacali, ma non ha ancora prodotto risposte concrete sul rinnovo dei contratti e sull’adeguamento delle rette, delle tariffe e dei Drg.
Per questo oggi non basta più una convocazione: serve un tavolo operativo, dove il Ministero della Salute, insieme al Ministero dell’Economia, alle associazioni datoriali Aiop e Aris e alle organizzazioni sindacali, trasformi finalmente l’ordine del giorno in decisioni.
Un luogo dove sindacati e associazioni datoriali non siano su fronti opposti, ma davanti allo stesso problema: perché la crisi è una sola, e colpisce insieme chi lavora e chi deve far quadrare i conti di una struttura. Un luogo dove accelerare l’applicazione dei Drg su tutto il territorio, adeguare rette e prestazioni ex articolo 26, sostenere le Regioni che da sole non ce la fanno, e firmare il rinnovo del contratto nello stesso momento in cui si chiude l’accordo sulle risorse – non prima, non dopo, non come promessa rimandata: contemporaneamente, in un atto unico. E se questo non basterà a smuovere chi decide, sarà giusto che i sindacati continuino a portare la voce dei lavoratori davanti a ogni Consiglio regionale, in ogni angolo del Paese, perché nessun politico locale, regionale o nazionale possa più dire di non sapere.
Perché il tempo di un adeguamento tariffario e il tempo di una cura dovrebbero, finalmente, coincidere – insieme al tempo, altrettanto urgente, di restituire a chi cura una retribuzione degna e un contratto che non può più attendere. Non lo chiediamo per un numero.
Lo chiediamo per l’infermiere delle sette e trenta, per il fisioterapista delle otto e trenta, per chi insegna a deglutire in sicurezza a un malato di Sla, per chi insegna a lavarsi i denti a chi non può più farlo da solo. Per loro, e per chi un giorno, forse, sarà al loro posto – da pazienti, prima che da professionisti.
Dott. Daniele Leone – Infermiere – Coordinatore Infermieristico
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