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Perché gli infermieri scappano: costi, casa e turni infernali. L’analisi di Fornaciari (AUSL Reggio)

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Fials Milano: "Crisi della professione infermieristica correlata a crescente rischio suicidi"
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L’Ausl Reggio lancia l’allarme: caro-vita, carenza di alloggi e turni massacranti spingono gli infermieri a lasciare, mettendo a rischio i servizi essenziali sul territorio

Davide Fornaciari, direttore generale dell’Ausl Reggio, denuncia la carenza infermieri: costo della vita, carenza di alloggi e turni gravosi spingono i professionisti lontano.

«Scappano» perché non trovano casa: il nodo che frena il reclutamento

Secondo il direttore generale dell’Ausl Reggio, Davide Fornaciari, uno dei fattori decisivi che spinge gli infermieri a «scappare» è la mancanza di offerta abitativa adeguata. «Spesso, se si potesse garantire un alloggio, i professionisti verrebbero», afferma Fornaciari: un problema che diventa acuto nei periodi estivi, quando la domanda di personale cresce e l’offerta di case cala.

La carenza di alloggi non è solo una questione logistica: incide direttamente sulla scelta delle famiglie e dei singoli professionisti di trasferirsi, soprattutto se la retribuzione non compensa il costo reale della vita nella provincia. Il risultato è un circolo vizioso: meno personale significa più turni e peggiori condizioni di lavoro, quindi ancora meno attrattività.

Turni infernali e conciliazione familiare: la fuga delle professioniste

Il 75% del personale infermieristico è donna, ricorda Fornaciari; la gestione dei turni diventa quindi un tema cruciale per la tenuta del servizio. Turni irregolari, difficoltà a ottenere part-time e assenza di reti familiari di supporto rendono la professione meno sostenibile per chi ha responsabilità di cura.

«La gestione dei turni è spesso molto complessa, soprattutto per chi ha famiglia», spiega il direttore generale: quando la vita privata entra in conflitto con il lavoro, molti scelgono opzioni più flessibili o abbandonano del tutto.

Impatto sulla qualità assistenziale

Turni più lunghi e frequenti sostituzioni con personale non sempre formato adeguatamente aumentano il rischio di errori e riducono il tempo dedicato all’assistenza personalizzata. Questo ha un impatto diretto sull’esperienza del paziente e sulla capacità dell’ospedale di rispondere alle emergenze.

Un esercito che invecchia: il problema generazionale

Fornaciari segnala un dato allarmante: «circa il 40% dei nostri infermieri ha più di 50 anni». L’invecchiamento della forza lavoro crea un doppio problema: uscite per pensionamento prossime e insufficiente ricambio generazionale. A ciò si aggiunge una riduzione delle iscrizioni universitarie in alcune aree e posti non sempre coperti nelle facoltà di infermieristica.

La mancanza di un ricambio stabile obbliga le Aziende sanitarie a soluzioni tampone, ma i rimedi temporanei non bastano a garantire la continuità e la qualità dei servizi sanitari sul territorio.

Soluzioni tampone ma fragile: gettonisti e nuove figure non risolvono il dramma

Per colmare i vuoti l’Ausl ha fatto ricorso a gettonisti — professionisti che coprono turni a chiamata — e ha regolarizzato sette medici in pronto soccorso. Fornaciari precisa che i gettonisti coprono turni corrispondenti a circa 20 medici a tempo indeterminato su un organico di 70 strutturati: è una toppa parziale e temporanea.

Si stanno inoltre sperimentando figure intermedie, come l’assistente infermiere, e si impiegano OSS in ruoli ridefiniti. Soluzioni utili, ma — ammonisce Fornaciari — «non sono del tutto risolutive».

L’assistente infermiere: promessa o palliativo?

L’introduzione dell’assistente infermiere mira a creare un profilo di supporto per attività a bassa intensità assistenziale. Ma senza un piano organico di investimenti su formazione, tutele contrattuali e condizioni abitative, anche questa misura rischia di restare un palliativo.

Perché tutto questo mette a rischio i servizi territoriali

Fornaciari parla di un «micromondo» territoriale che va valorizzato: prevenzione, medicina territoriale, rete ospedaliera e ricerca sono presenti, ma il tessuto rischia di sgretolarsi se la forza lavoro continua a diminuire. Il risultato pratico è che alcune attività vengono rimodulate, turni riassegnati e funzioni accorpate: scelte che penalizzano l’accessibilità delle cure.

Nel dialogo tra esigenze locali e politiche nazionali, entrano in gioco atti e linee guida delle istituzioni sanitarie e degli ordini professionali. Le misure proposte vanno dalla programmazione dei posti formativi a incentivi per il reperimento di alloggi per i professionisti, fino a interventi contrattuali per migliorare la carriera e le condizioni di lavoro.

Redazione NurseTimes

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