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La tessera premium non dichiarata del Servizio sanitario nazionale

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Il Servizio sanitario nazionale continua a essere definito universalistico. Le prestazioni sono garantite, i livelli essenziali di assistenza sono formalmente accessibili a tutti, il principio costituzionale resta intatto.

Eppure, sempre più spesso, emergono dati che raccontano un’altra dinamica: rinunce alle cure, ritardi diagnostici, accessi differenziati in base alla capacità economica. Non per legge. Non per scelta dichiarata. Ma per effetto sistemico.

Non esiste una sanità di serie A e una di serie B. Esiste qualcosa di più sottile. È come se nel sistema fosse stata introdotta una tessera premium non dichiarata. Non è scritta da nessuna parte. Non la si richiede agli sportelli. Non compare nei regolamenti. Ma funziona.

Chi può permettersi di pagare una visita privata, un esame in tempi brevi, una consulenza specialistica fuori lista, accede a una corsia temporale diversa. Non più rapida perché più urgente, ma perché economicamente sostenibile. Il razionamento non avviene attraverso un divieto. Avviene attraverso il tempo.

Chi non può anticipare la spesa resta nella lista. Chi non può assentarsi dal lavoro per mesi di attesa rimanda. Chi non riesce a sostenere ticket cumulativi rinuncia. Formalmente nulla è stato negato. Sostanzialmente qualcosa si è selezionato.

Il sistema non espelle. Filtra. La tessera premium non garantisce cure migliori. Garantisce cure prima. E nella sanità, il tempo è una variabile clinica, non solo organizzativa. Diagnosi precoce, avvio tempestivo delle terapie, monitoraggio continuo: tutto dipende dalla rapidità di accesso.

Il rischio non è la nascita di un doppio sistema dichiarato. È la normalizzazione di una doppia velocità. Un modello in cui l’universalismo resta nella norma giuridica, ma si indebolisce nell’esperienza concreta.

Questo meccanismo non nasce da una decisione esplicita. È il risultato di un equilibrio fragile tra domanda crescente, risorse limitate, carenze di personale, organizzazioni sotto pressione. Per restare in piedi, il sistema si alleggerisce dove può. E dove può alleggerirsi? Sulla capacità individuale di compensare.

Il punto non è demonizzare il ricorso al privato. È interrogarsi sulla traiettoria complessiva. Se la possibilità di pagare diventa la variabile che accorcia i tempi, l’universalismo resta un principio o si trasforma in una soglia minima garantita, mentre il livello effettivo di tutela dipende dal reddito?

La tessera premium non è stata introdotta da una riforma. È emersa per adattamento. La domanda è se il Servizio sanitario nazionale intenda correggere questo squilibrio o se stia accettando, silenziosamente, che l’accesso alle cure sia sempre più una questione di velocità acquistabile. Perché quando il diritto resta uguale sulla carta ma cambia nell’esperienza concreta, non si parla più solo di organizzazione. Si parla di equità.

Guido Gabriele Antonio

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