Secondo GIMBE, il decreto legge sulle liste d’attesa non ha prodotto benefici concreti. I tempi non si sono ridotti in modo significativo, le criticità restano, le attese continuano a pesare su cittadini e professionisti.
La reazione istintiva è pensare che il problema sia organizzativo. Procedure sbagliate. Norme insufficienti. Strumenti da affinare.
Ma questa lettura, per quanto rassicurante, è incompleta. Le liste d’attesa non esistono perché mancano le regole. Esistono perché manca tempo umano disponibile per curare.
Ogni prestazione in attesa non è un errore di sistema astratto, ma il risultato di un equilibrio saltato tra ciò che viene richiesto e ciò che le persone possono realisticamente fare. E finché questo equilibrio non viene ricostruito, nessun decreto può accorciare davvero le liste.
Il decreto interviene su processi, obblighi, meccanismi di recupero. Chiede di fare di più. Più prestazioni, più velocità, più produttività. Ma lo fa dando per scontato un elemento fondamentale: che chi lavora possa sempre reggere un carico aggiuntivo.
Qui sta il nodo. Il tempo della cura non è infinitamente comprimibile. Non lo è senza costi. Non lo è senza conseguenze.
Quando si prova a ridurre le liste d’attesa senza aumentare il tempo reale di chi cura, accade una cosa prevedibile: le liste non spariscono, si spostano. Da una specialità all’altra. Da un servizio all’altro. Da un professionista all’altro. Oppure diventano invisibili, scaricate sul privato o sull’attesa silenziosa delle persone.
Trattare le liste d’attesa come un problema organizzativo significa evitare la parte più scomoda della questione: la sanità oggi non è in difficoltà perché lavora male, ma perché lavora oltre il limite.
Ogni riforma che ignora questo dato umano è destinata a fallire senza clamore. Non esplode. Non fa notizia. Semplicemente non funziona.
Forse dovremmo iniziare a giudicare le politiche sulle liste d’attesa non da quante norme introducono, ma da una domanda più semplice e più onesta: con quale energia residua dovrebbero funzionare?
Perché un sistema che chiede sempre di più a chi è già sotto pressione può anche ridurre una lista nel breve periodo. Ma nel farlo ne crea un’altra, più lunga e più pericolosa: quella delle persone che si stancano, rallentano, si spengono o se ne vanno. E quando il problema diventa umano, nessun decreto può risolverlo da solo.
Guido Gabriele Antonio
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