In Puglia la Regione racconta di un piano che funziona. Telefonate ai cittadini, agende riviste, visite anticipate. Un sistema che si muove, che corregge, che recupera terreno sulle liste d’attesa. Poi, però, emerge un dato che non è secondario: circa il 30% delle persone contattate rinuncia all’anticipo.
Non è un dettaglio tecnico. È una crepa nel racconto. Perché quando un’officina ti dice che la macchina sarà pronta tra sei mesi, il problema non è la meccanica. È la tua vita. Se quella macchina ti serve per lavorare, per accompagnare i figli, per andare a curarti, non puoi lasciarla ferma in garage. Non puoi aspettare.
Allora fai qualcosa che non avevi previsto: ne compri un’altra. Magari a rate. Magari facendo sacrifici. Ma la compri subito, perché ti serve adesso. Quando, settimane dopo, l’officina ti richiama per dirti che forse può anticipare la riparazione, tu rispondi che ormai hai risolto. Non per dispetto. Per necessità.
È esattamente quello che sta accadendo con le liste d’attesa. Il sistema pubblico propone un’anticipazione, ma una parte consistente dei cittadini nel frattempo ha già “comprato un’altra macchina”. Ha pagato una visita privata. Ha fatto l’esame in una struttura accreditata. Ha trovato una soluzione fuori dal perimetro pubblico.
Le liste si alleggeriscono. È vero. Ma la domanda è: si alleggeriscono per efficienza o perché le persone stanno andando altrove? Qui non è in discussione la qualità clinica del servizio pubblico. Non è in discussione la professionalità di chi lavora ogni giorno negli ambulatori e nei reparti. Il nodo è il tempo. La sanità pubblica può essere universalistica, può essere competente, può essere rigorosa. Ma se il tempo di accesso supera la soglia di compatibilità con la vita reale, diventa inutilizzabile nel momento in cui serve davvero.
E quando un servizio essenziale diventa incompatibile con l’urgenza quotidiana, il mercato si inserisce senza bisogno di slogan. Offre la pronta consegna. Offre la risposta immediata. Offre la sensazione di controllo. È un sistema che rischia di essere sostituito. Non con una riforma, non con un decreto, ma per abitudine. Il cittadino che paga le tasse continuerà a pagarle. Ma inizierà anche a pagare la visita privata. E poi l’esame. E poi il controllo. Due volte. Una per sostenere il sistema pubblico. Una per sopravvivere ai suoi tempi.
Il paradosso è evidente. La sanità pubblica nasce per proteggere dal rischio economico della malattia. Se però l’accesso tempestivo diventa un lusso, quella protezione si svuota nella pratica. Chi può permetterselo anticipa e paga. Chi non può permetterselo aspetta. O rinuncia.
In questo scarto silenzioso si crea una frattura più profonda delle liste d’attesa: la frattura tra chi può comprare la macchina nuova e chi resta con quella ferma in garage. Tra chi può trasformare il problema sanitario in una spesa straordinaria e chi deve adattarsi ai tempi imposti.
La Regione potrà rivendicare chiamate, anticipazioni, recuperi. Tutto legittimo. Ma se una quota crescente di cittadini considera il pubblico un’opzione lenta, un’officina da usare solo quando non c’è fretta, allora il problema non è organizzativo. È strutturale.
Perché un servizio universale non può funzionare solo per chi ha tempo. La vera domanda non è quante agende siano state ripulite. È quante persone, la prossima volta, decideranno di non passare nemmeno più dall’officina pubblica.
Guido Gabriele Antonio
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