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Infermieri in fuga: a Padova il concorso che svela il grande abbandono

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Ci sono concorsi che non consistono solo in numeri e domande. Sono specchi. Sì, perché riflettono la fatica di un mestiere che si sgretola, le speranze che sfumano, le divise che restano appese a un chiodo. Martedì scorso, alla Kioene Arena di Padova, erano attesi 2.825 infermieri. Ne sono arrivati 2.200. Il 24% ha rinunciato. Troppo lontano. Troppo faticoso. Troppo poco. Fino a qualche anno fa i numeri raccontavano un’altra storia: nel 2020 si erano presentati 5mila candidati per 190 posti. Ora, per 640 contratti a tempo indeterminato, le file si assottigliano.

Chi resta e chi va

Arrivano da tutta Italia, da Nord e da Sud, con la speranza di un lavoro stabile, di un posto in corsia. Qualcuno ha viaggiato di notte, qualcuno ha speso i suoi ultimi risparmi per un biglietto di sola andata. Ma c’è anche chi non ci prova più. Perché? Perché fare gli infermieri oggi significa accettare turni massacranti, stipendi che non crescono, sacrifici che nessuno racconta.

“Siamo sempre meno, eppure nessuno fa niente – racconta un’infermiera in fila al concorso -. Non siamo eroi. Siamo esseri umani, con famiglie, con stanchezze, con vite che non possiamo più mettere in secondo piano”.

“La carenza di infermieri è cronica – aggiunge Achille Pagliaro, segretario della Cisl Fp Padova-Rovigo -. Molti colleghi mollano. Troppo stress, troppa precarietà, troppa fatica a far quadrare lavoro e vita”.

Il grande abbandono

E così le graduatorie si svuotano prima ancora di essere usate. Nel 2024, su 350 candidati, 270 sono stati ammessi. Quando sono stati chiamati, 7 infermieri su 10 hanno detto no. Un no che pesa. Un no che racconta di chi ha cambiato mestiere, di chi ha lasciato il camice per una scrivania, di chi è partito per l’estero, dove l’infermiere è un professionista e non solo un numero.

E nel frattempo, negli ospedali, chi è rimasto fa i conti con doppi turni, con colleghi che si licenziano senza essere sostituiti, con pazienti sempre più numerosi e sempre meno tempo per ognuno di loro. “Una volta lavoravamo in squadra – dice uno degli infermieri -. Ora siamo soli. E i pazienti lo sentono. Lo vedono. Lo vivono”.

Il sogno di un posto fisso

Eppure martedì mattina in tanti si sono alzati presto. Hanno affrontato il viaggio, la tensione, la speranza. Davanti alla Kioene Arena c’era chi ripassava gli appunti, chi stringeva la mano a un amico, chi aveva gli occhi lucidi. Perché fare gli infermieri non è solo un lavoro. è un pezzo di cuore che batte per gli altri. Ma il cuore, se resta solo, batte più piano. E in corsia, tra i letti e i monitor, le ombre si allungano. Sempre meno mani a stringere. Sempre meno cuori a resistere.

Matteo Lucio Maiolo

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