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Il turno che nessuno vuole più coprire

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Odg alla Legge di Bilancio, chiesto lo sblocco del turnover per gli infermieri
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Ci sono momenti, nelle strutture sociosanitarie accreditate, che raccontano più di ogni relazione tecnica. È la caposala che, avvisata a mezzogiorno dall’ufficio del personale, scorre la lista dei turni del giorno dopo e trova tre caselle vuote: una collega è in malattia, ha la febbre. È il fisioterapista che, dopo dieci anni di servizio, lascia un biglietto di dimissioni breve, quasi imbarazzato, per andare a lavorare in un servizio domiciliare dove lo stesso impegno vale qualche centinaio di euro in più al mese. È l’infermiera che, dopo due anni, se ne va perché risultata vincitrice di un avviso pubblico di sei mesi in ospedale.

Un problema in più: gli straordinari non si pagano, confluiscono nella banca oraria. Sarà comunque difficile, perché i carichi di lavoro restano elevati, ma alla fine, in qualche modo, il turno si coprirà. Può capitare che il lavoro del giorno dopo rallenti un poco, perché a coprirlo sono colleghi presi in prestito da altri reparti, che non conoscono gli ospiti. Può capitare che la doccia al paziente fragile arrivi con dieci minuti di ritardo rispetto all’orario abituale: non per negligenza di chi resta, ma perché chi resta è sempre meno.

Non è una crisi che si annuncia con un titolo di giornale. È una crisi che si consuma turno dopo turno, firma dopo firma, in ogni angolo del Paese dove esiste una Rsa, un centro di riabilitazione, una struttura ex art. 26. E se continuiamo a raccontarla solo con percentuali e tabelle, rischiamo di non farla capire fino in fondo a chi ha il potere di fermarla.

Infermieri, fisioterapisti, logopedisti, operatori socio-sanitari: professionisti che hanno scelto questo lavoro per vocazione, non per convenienza, stanno oggi scegliendo di andare altrove. Non verso il pubblico, come si racconta da anni per comodità narrativa, ma dentro lo stesso comparto, verso i servizi domiciliari privati, dove le retribuzioni sono più alte perché quelle realtà non sono ingessate da rette e tariffe ferme da oltre un decennio. È una fuga silenziosa, ma è una fuga che svuota i reparti prima ancora che li chiuda qualcuno.

Il rischio, se questa emorragia non si arresta, non è più un’ipotesi accademica: sono strutture aperte sulla carta e vuote nella sostanza, presidi che restano accreditati ma non più nelle condizioni di garantire l’operatività, se il personale infermieristico, fisioterapista, logopedista, gli educatori, gli psicomotricisti, i terapisti occupazionali vanno via, lasciano, si trasferiscono altrove. Una Rsa senza infermieri, un centro di riabilitazione senza fisioterapisti, logopedisti e infermieri, inizia ad avere problemi nella copertura dei turni h12 e h24, con inevitabili ricadute sulla continuità e sulla qualità dell’assistenza.

Di fronte a questo scenario, credo sia arrivato il momento di dirlo senza ambiguità, con la stessa urgenza con cui si segnala un peggioramento clinico improvviso: servono tre interventi, e devono camminare insieme, nello stesso tempo, sulla stessa strada. Nessuno dei tre, da solo, può bastare.

Il primo appartiene alle Regioni. È a loro che la normativa affida la determinazione del valore delle rette per le strutture socio-sanitarie accreditate. Dopo la pandemia, i costi di farmaci, dispositivi, energia e materiali di consumo sono cresciuti in modo sostanziale, mentre molte rette restano ferme a parametri fissati oltre dodici anni fa. Senza un adeguamento ancorato ai costi reali, qualunque rinnovo contrattuale rischia di restare una promessa scritta su carta che le strutture non avranno mai le risorse per onorare.

Il secondo appartiene alla politica, e ha la sua sede naturale nella Conferenza Stato-Regioni, chiamata a un compito che va oltre il capitolo economico: stabilire con chiarezza quale ruolo dovranno avere le strutture socio-sanitarie accreditate nella rete assistenziale dei prossimi anni, evitando sovrapposizioni confuse con altri presidi territoriali di nuova istituzione. Senza una programmazione condivisa, ogni Regione procede per conto proprio, e il risultato è un sistema disomogeneo che tratta diversamente cittadini e lavoratori solo in base al territorio in cui vivono.

Il terzo appartiene ai contratti collettivi, fermi da quattordici anni per le RSA e da otto per la sanità privata ospedaliera. Il loro rinnovo non può prescindere da un punto di riferimento chiaro: i contratti del comparto pubblico, rispetto ai quali il divario retributivo è ormai la prima ragione per cui tanti professionisti scelgono di andare altrove. Guardare al pubblico non significa inseguirlo meccanicamente, ma riconoscere che chi lavora nell’accreditato non può avere, a parità di responsabilità e di rischio clinico, una dignità economica strutturalmente inferiore.

Rette, programmazione, contratti. Tre piani che oggi avanzano separati, ciascuno con i propri tempi, le proprie sedi, i propri attori, mentre il problema che devono risolvere è uno solo e non concede più tempo. Ogni mese di ritardo si traduce in un professionista che firma le dimissioni, in un turno coperto con affanno, in un paziente fragile assistito da un organico sempre più sottile. Non è un allarme ideologico: è la fotografia di ciò che accade ogni giorno in centinaia di strutture, comprese quelle delle aree interne, dove la scarsità di alternative rende ogni partenza ancora più difficile da colmare.

Chi scrive lo fa da dentro queste corsie, non da fuori. E per questo può dire, con la responsabilità di chi ci lavora ogni giorno, che la soluzione non è nell’urlare più forte, ma nel far camminare finalmente insieme questi tre elementi. Solo così potremo restituire un futuro a chi, nonostante tutto, sceglie ancora di restare accanto alle persone più fragili.

Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico

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