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Il Friuli cerca infermieri al Sud. La carenza cambia Regione, non scompare

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Dopo il progetto rivolto a professionisti provenienti da Argentina e Ghana, il Friuli-Venezia Giulia guarda anche a Puglia, Campania e Sicilia. Incentivi abitativi e percorsi di inserimento possono attrarre i neolaureati, mentre alcune Regioni continuano a formarli, inserirli in graduatoria e lasciarli aspettare. Per il singolo è un’opportunità; per il SSN resta una guerra interna sul personale.

Prima in Argentina e Ghana, adesso anche in Puglia, Campania e Sicilia. Il Friuli-Venezia Giulia ha compreso una regola elementare della sanità contemporanea: gli infermieri non arrivano perché vengono inseriti nel Piano del fabbisogno. Bisogna cercarli, formarli, accoglierli e offrire condizioni sufficienti perché decidano di restare.

È già un passo avanti rispetto a quelle amministrazioni che approvano organigrammi, bandiscono concorsi con tempi geologici e poi si sorprendono quando i candidati scelgono un’altra azienda.

Secondo quanto emerso dal confronto tra la Direzione centrale Salute friulana e alcuni Ordini professionali, la Regione starebbe valutando iniziative per presentare ai neolaureati meridionali le opportunità lavorative del proprio sistema sanitario. Tra gli strumenti discussi figurano anche incentivi destinati a facilitare la sistemazione abitativa.

La misura non è ancora definita in un atto pubblico reperibile e va pertanto trattata come una prospettiva. La direzione politica, tuttavia, appare chiara: il reclutamento non viene più considerato una semplice procedura amministrativa, ma una strategia competitiva.

Il Friuli lo ha già dimostrato con il progetto avviato insieme all’Università di Udine per quindici laureati provenienti da Argentina e Ghana. La Regione finanzierà un sostegno annuale di 15.000 euro per coprire viaggio, alloggio, iscrizione universitaria, assicurazione sanitaria, mobilità e corsi di italiano. In cambio sono previsti precisi obblighi accademici e professionali, compreso l’impegno a partecipare ai concorsi del servizio regionale e a lavorarvi per almeno cinque anni in caso di assunzione.

Si può discutere la dimensione limitata del progetto, ma il modello contiene almeno una verità organizzativa: il personale non si attrae con gli appelli.

Occorrono risorse, casa, accompagnamento formativo, riconoscimento dei titoli e una prospettiva lavorativa credibile. Tutto ciò che per anni è stato liquidato come problema personale del professionista comincia finalmente a essere riconosciuto come responsabilità del sistema.

Il passaggio successivo, però, apre una contraddizione nazionale.

Se il Friuli attira infermieri dalla Puglia, non sta producendo nuovi professionisti. Sta spostando quelli già disponibili da una Regione all’altra.

Per il neolaureato pugliese può essere un’opportunità concreta: lavoro, autonomia economica e magari un sostegno per affrontare il costo dell’abitazione. Non avrebbe senso chiedergli di attendere indefinitamente in nome dell’appartenenza territoriale mentre altrove esistono prospettive migliori.

Il problema non è chi parte. È il sistema che lo spinge a partire dopo averne sostenuto la formazione.

La Puglia rappresenta bene questa contraddizione. Migliaia di candidati partecipano ai concorsi, le graduatorie diventano enormi e le aziende continuano contemporaneamente a denunciare carenze. Il professionista esiste, supera una selezione e rimane in attesa perché assunzioni, autorizzazioni finanziarie e Piani del fabbisogno procedono con velocità differenti.

Nel frattempo un’altra Regione lo contatta, gli presenta un posto e prova persino ad aiutarlo con la casa.

Non è difficile immaginare chi risulti più convincente.

Il rischio è trasformare il SSN in un mercato interno nel quale le Regioni più rapide e meglio organizzate assorbono professionisti formati altrove. Quelle che dispongono di minore capacità finanziaria o amministrativa perdono personale, vedono indebolirsi ulteriormente i servizi e ricorrono a prestazioni aggiuntive, esternalizzazioni e contratti temporanei.

Poi tutte dichiarano di soffrire la stessa carenza.

La mobilità professionale è legittima e può favorire la circolazione delle competenze. Diventa però un problema quando non è frutto di una scelta, ma della distanza tra il giorno della laurea e quello dell’assunzione; tra il superamento di un concorso e lo scorrimento della graduatoria; tra il bisogno dichiarato dall’azienda e l’autorizzazione regionale a coprirlo.

Il Friuli sta facendo ciò che ogni amministrazione razionale dovrebbe fare: rendere competitiva la propria offerta. La risposta non può essere accusarlo di “rubare” infermieri al Sud. Le Regioni meridionali devono domandarsi perché riescano a formarli e molto meno a trattenerli.

Servono concorsi programmati e conclusi rapidamente, scorrimenti trasparenti, stabilità contrattuale, percorsi di carriera e valorizzazione delle competenze. Anche gli incentivi abitativi, soprattutto nelle città con costi elevati, stanno diventando parte delle politiche del personale e non un beneficio ornamentale.

Soprattutto, occorre una regia nazionale.

Il fabbisogno infermieristico non può essere affrontato attraverso ventuno strategie concorrenti, ciascuna impegnata ad attrarre professionisti dal territorio vicino o da un altro continente. Bisogna collegare programmazione universitaria, distribuzione territoriale, pensionamenti, capacità assunzionale e condizioni di permanenza nel SSN.

Altrimenti ogni Regione risolverà temporaneamente il proprio vuoto creandone uno altrove.

L’iniziativa friulana contiene quindi una lezione positiva e una domanda scomoda. La lezione è che l’attrattività richiede politiche concrete. La domanda è se il servizio sanitario possa permettersi che queste politiche siano sviluppate esclusivamente in competizione tra territori.

Il Friuli ha cominciato a cercare gli infermieri dove ancora ci sono. La Puglia farebbe bene a decidere in fretta se vuole continuare a formarli per il proprio sistema sanitario o diventare definitivamente una Regione esportatrice di professionisti.

Guido Gabriele

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