Martina Benedetti al Senato chiede investimenti, tutele e fine del demansionamento: avvertimento sul rischio di 1 milione di professionisti mancanti in Europa e richieste concrete per il SSN.
Oggi, giovedì 19 febbraio, nell’ambito della riunione plenaria dell’Intergruppo parlamentare sui diritti fondamentali della persona, Martina Benedetti ha portato uno speech chiaro e documentato sulla crisi infermieristica, richiamando l’attenzione su effetti concreti per la sicurezza dei pazienti, la tenuta del Servizio Sanitario Nazionale e il benessere degli operatori. L’evento è stato trasmesso dalla WebTV del Senato della Repubblica.
Un rischio europeo che riguarda anche l’Italia
Nel suo intervento la relatrice ha richiamato il nuovo policy brief europeo che definisce il problema: la Regione europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità segnala l’emergenza di staffing infermieristico e la possibile mancanza di fino a 1 milione di professionisti entro il 2030, con impatti diretti sulla sicurezza delle cure. È urgente una strategia che coniughi investimenti, pianificazione delle professioni e politiche di retention. WHO/Europe.
Dati e quadro nazionale: carenza, età media e burnout
I numeri nazionali confermano la gravità: le rilevazioni FNOPI mostrano una professione numericamente rilevante ma con un forte invecchiamento e flussi di uscita che portano a una carenza stimata nell’ordine di decine di migliaia di unità (stime recenti parlano di una carenza attuale intorno alle 60.000 unità). Inoltre, lo studio BENE (BEnessere degli iNfermieri e staffiNg sicuro negli ospEdali) evidenzia che il 59% degli infermieri ospedalieri si dichiara “molto stressato” e quote rilevanti presentano esaurimento emotivo elevato: segnali che spingono alla fuga dalla professione e alla perdita di competenze.
Perché serve aumentare la spesa pubblica
Tra i punti chiave dello speech c’è la richiesta di riportare la spesa sanitaria pubblica almeno sopra il 7% del PIL: negli ultimi anni la spesa pubblica italiana per la sanità è stata spesso segnalata come insufficiente rispetto ai bisogni crescenti e alle medie europee, con conseguenze sulla capacità di reclutamento, formazione e mantenimento del personale sanitario. Organizzazioni indipendenti e osservatori hanno più volte sottolineato come il definanziamento strutturale si traduca in contenimento del personale e aumento del carico di lavoro.
Le proposte emerse
Nel corso dell’incontro sono emerse proposte concrete, molte delle quali riprese da Martina Benedetti nel suo intervento:
- Rimozione dei tetti di spesa sul personale e piani di reclutamento strutturati, con programmazione nazionale e regionale coordinata.
- Limitazioni per legge all’uso cronico di straordinario e misure di tutela del riposo e della sicurezza psicofisica degli operatori.
- Divieto di demansionamento e sanzioni per utilizzo improprio delle competenze infermieristiche: le competenze specialistiche devono essere valorizzate, non disperse in mansioni organizzative non qualificate.
- Un contratto nazionale di riferimento anche per il personale del privato accreditato, per evitare dumping contrattuale e gare al ribasso che scaricano sulla professionalità gli effetti di risparmio.
- Tavoli politici e istituzionali per separare – dove opportuno – la contrattazione delle professioni sanitarie dalle aree amministrative, con rappresentanza diretta delle professioni nelle sedi decisionali.
Riportiamo l’intero intervento di Martina Benedetti
In Italia non manca la cura. Manca l’assistenza.E quando manca l’assistenza, significa una cosa tanto immediata quanto ignorata. Mancano infermieri!
Oms nel suo primo policy brief in Europa ci dice che ne mancheranno 1 milione nel 2030 con effetti diretti sulla sicurezza dei pazienti. Quindi l’emergenza infermieri è un problema reale, strutturale e direi molto urgente.
Un problema che necessità di tavoli di lavoro dedicati.
Siamo qua per questo.
Partiamo da un primo punto al quale come sottogruppo salute teniamo molto ovvero
ribadire a tutte le forze politiche in campo la necessità di portare la spesa sanitaria almeno sopra il 7% del PIL.
Negli ultimi anni, la spesa sanitaria si è stabilizzata sotto questa soglia (nonostante in valori nominali si sia investito di più) e questo significa in concreto che mentre i bisogni di cura crescono l’investimento pubblico non segue la stessa traiettoria.
Questo va a rendere non esigibile il diritto alla salute così come garantitoci dalla costituzione e dai principi di universalità uguaglianza ed equità sui quali si fonda la 833 del 78 che istituisce il SSN.
In questa ottica di definanziamento progressivo il personale sanitario diventa una voce di costo da comprimere. Tra questo personale ci sono gli infermieri e il 70% di loro opera nel settore pubblico (SSN). Ad ad oggi contiamo più di 60 mila unità mancanti e tutto ciò comporta, inevitabilmente, l’aumento dei carichi di lavoro.
Dovrebbero essere aboliti i tetti di spesa rigidi sul personale sanitario e limitati, per legge, il ricorsi strutturali allo straordinario cronico da parte delle aziende.
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Io lavoro nella sanità pubblica e la percezione, sempre maggiore, è quella di stare dentro ad un sistema volontariamente oppresso.
Se le assicurazioni private integrative entrano sempre di più negli ospedali pubblici (ad esempio pagando prestazioni in regime privato o con corsie preferenziali), si rischia di creare una sanità a due velocità:
Chi ha una buona assicurazione (spesso legata a un lavoro stabile o ben retribuito) ottiene tempi più rapidi o servizi aggiuntivi.
Chi non ce l’ha resta nel canale ordinario.
Si continuano ad accreditare strutture che offrono servizi doppioni a quelli offerti dalla sanità pubblica. Servizi Concorrenziali.
Bisognerebbe permettere di convenzionare unicamente quello che non può essere garantito dal primo pilastro che è, almeno su carta, ancora la la sanità pubblica.
Il passaggio ad azienda sanitaria è stato inevitabile, nella storia, per contenere la spesa a piè di lista ma con la logica aziendale non si è migliorata l’efficienza del servizio pubblico, come si credeva introducendo il termine “azienda”.
Il sistema si è iniziato a concentrare unicamente sui bilanci orientandosi verso i DRG più remunerativi, ovvero le prestazioni che convengono di più andando a creare una logica di privilegio verso ciò che è economicamente vantaggioso a discapito del meno “profittevole”
In tutto questo ci ha rimesso il personale. Prima voce di risparmio. L’aziendalizzazione non è riuscita nemmeno nello scopo di spazzare via la mentalità clientelare nelle aziende, le nomine politiche o la burocrazia. Ancora oggi manchiamo gravosamente di interoperabilità tecnologica.
In questo scenario la professione infermieristica è schiacciata tra responsabilità crescenti , assenza di riconoscimento economico, sociale ed indegna rappresentanza istituzionale. La professione non solo è malata ma è ormai un malato cronico.
I bisogni di cura sono cambiati.
Sono aumentate la fragilità e la non autosufficienza e ci chiedono di strutturare piani territoriali ad isorisorse senza il rispetto psico-fisico di chi ogni giorno garantisce assistenza continua.
I rapporti assistenziali pazienti – infermiere sono sovrapponibili alla condizione di salute di una popolazione che ormai non esiste più.
Necessitiamo di lotta strutturale al demansionamento.
Un infermiere non può essere utilizzato per coprire carenze organizzative svolgendo compiti che non valorizzano le sue competenze. È uno spreco di professionalità e di risorse pubbliche.
Con questo dovrebbero essere introdotte sanzioni per le aziende che utilizzano personale in modo improprio, in un quadro di carenza di una figura professionale la figura stessa non può essere demansionata.
È un atteggiamento masochista e controproducente.
La vicenda del padiglione iceberg del San Raffaele ci ha fatto capire che i contratti a ribasso per i colleghi del privato sono fallimentari. Quindi bisogna prevedere per legge l’obbligo di applicazione di un contratto nazionale di riferimento unico anche per il personale sanitario del privato accreditato.
Un punto fondamentale riguarda proprio la Contrattazione collettiva
Cosa si potrebbe fare concretamente?Aprire un tavolo politico-istituzionale per valutare la separazione contrattuale delle professioni sanitarie dal comparto amministrativo.
Ostinarsi a dire agli infermieri “non siete pronti” oggi diventerà motivo di estizinione nel domani.
E senza infermieri motivati, tutelati e valorizzati, il diritto alla salute potrebbe diventare soltanto un principio formale.
E questo accadrà quando verrà meno la resistenza degli operatori che ad oggi subiscono gli effetti devastanti del burnout.
Lo studio BENE indica che il 59% degli infermieri ospedalieri è altamente stressato, con un 40-45% che presenta esaurimento emotivo grave.
In Numeri assoluti oltre 125.500 infermieri in Italia operano in condizione di burnout.
E questi dati, agghiaccianti, devono far capire a tutti che la questione infermieristica è il punto di ripartenza e di equilibrio tra sostenibilità finanziaria e sostenibilità umana dell’intero sistema salute.
Il gruppo di lavoro sulla “emergenza infermieri” è composto dalle Infermiere Serena Caponetti e Sara Leoperdi e la Vice Presidente dell’Intergruppo Laura Marziali
Redazione NurseTimes
Link al REEL
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