Palazzo Montecitorio prima, Centro Congressi Roma Eventi poi. Tre giorni, quattro sessioni plenarie, sessioni parallele, corsi precongressuali, e-poster, simulazioni cliniche. Il primo Congresso Nazionale SIIET non è stato un convegno come gli altri, e non solo per la cornice istituzionale. È stato il momento in cui l’emergenza-urgenza infermieristica ha smesso di essere raccontata da altri e ha iniziato a raccontarsi da sè. Con dati, ricerca, esperienze dal campo, proposte concrete. Con la voce di chi lavora nei pronto soccorso, sulle ambulanze, nelle centrali operative 118, nelle aree critiche.
Il 26 marzo scorso, nella Sala della Regina, a Montecitorio, Francesco Rocca, presidente della Regione Lazio, ha aperto i lavori con una parola che non lascia scampo: “visione”. Non quella delle dichiarazioni d’intenti, ma una visione politica e organizzativa capace di rispondere alle trasformazioni già in atto, demografiche, assistenziali, sociali. Il messaggio era diretto: continuare a rispondere con modelli pensati per un’altra sanità significa rincorrere i problemi, non governarli.
Ripensare il ruolo dell’infermieristica non è più rinviabile. Perché ogni volta che cresce l’infermieristica, cresce tutto il Servizio sanitario. Andrea Andreucci, presidente SIIET, ha spostato il fuoco su un punto spesso frainteso: l’evoluzione professionale non nasce dallo scontro tra ruoli, ma dalla costruzione. Di modelli più intelligenti, più sicuri, più orientati a chi ha bisogno di cure. In emergenza-urgenza non c’è spazio per rigidità ideologiche quando una decisione sbagliata ha conseguenze dirette su una vita.
Servono competenze avanzate, responsabilità chiare, formazione rigorosa. Non è una questione di territorio professionale. È una questione di qualità dell’assistenza. Il programma scientifico ha tenuto fede a queste premesse. Nelle plenarie si è discusso di triage, di intelligenza artificiale applicata all’emergenza, di analgesia infermieristica nel territorio, di gestione dell’emorragia massiva, di continuità assistenziale tra pre-ospedaliero e pronto soccorso.
Ricercatori e clinici hanno portato studi multicentrici, revisioni della letteratura, dati osservazionali. Nelle sessioni parallele si è entrati nel dettaglio operativo: maxiemergenze, scenari non convenzionali, accesso intraosseo, gestione del trauma spinale, codice rosa, overdose da oppioidi. Tutto questo affiancato da quattro corsi precongressuali pratici (gestione delle vie aeree, accessi vascolari eco guidati, raccolta delle prove sulle vittime di violenza, Stop the Bleed ), ciascuno con stazioni di simulazione su manichini avanzati e certificazione Ecm.
Non è un dettaglio secondario. L’innovazione in emergenza spesso non nasce nei laboratori. Nasce durante il turno, tra una decisione rapida e l’altra, in mezzo alla complessità reale. E il congresso lo ha riconosciuto esplicitamente, aprendo la call per contributi a studi nati dal campo, da problemi concreti e soluzioni trovate sul momento.
Il filo conduttore dei tre giorni – decisione, azione, continuità – non era uno slogan. Era una struttura. Decidere significa costruire processi solidi, basati su evidenze, non sull’istinto. Agire significa tradurre quelle evidenze in intervento efficace, coordinato, misurabile. Continuare significa presidiare tutto il percorso, dalla chiamata al 118 alla dimissione, senza lasciare vuoti assistenziali nelle transizioni.
E poi c’è una cosa che vale la pena di dire senza giri di parole: rapidità non è improvvisazione. La rapidità che salva vite è il risultato di mesi di formazione, simulazione, revisione dei processi. È metodo sedimentato. È una squadra che sa già cosa fare quando il tempo non c’è.
SIIET esce da Roma con qualcosa di più di un congresso alle spalle. Esce con una direzione. Con una comunità scientifica che ha scelto di prendersi la responsabilità di raccontare questa professione con rigore, dati e visione. La domanda che resta aperta è quella che ognuno di noi porta a casa: abbiamo il coraggio di accompagnare davvero questo cambiamento? Nell’emergenza il tempo per decidere spesso non c’è. Ma il tempo per essere pronti è sempre una scelta.
Giuseppe Profilo e Ilaria Bernardini
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