Il conto alla rovescia è terminato. Ieri, lunedì 30 giugno, è scaduto il termine che Bruxelles aveva fissato per spendere i 3 miliardi messi a disposizione dal Pnrr e finalizzati all’attivazione delle nuove strutture chiamate a potenziare la sanità territoriale. Ma quante ne sono state realmente aperte in Italia? E dove? E c’è personale sanitario sufficiente a “popolarle”?
L’Europa prevedeva l’apertura di almeno 1.038 case di comunità e 307 ospedali di comunità. Un risultato sul quale, stando alle verifiche eseguite in queste ore dai tecnici del ministero della Salute, si respira cauto ottimismo. Gli ultimi dati ufficiali sono infatti positivi, se è vero che dalle 800 case di comunità dichiarate ufficialmente operative dalle Regioni a metà giugno si è passati venerdì scorso a quota 900, facendo ben sperare per il raggiungimento del target minimo sul filo di lana.
Anzi, stando sempre alle “carte” da inviare a Bruxelles, si stima caddirittura il superamento del target europeo, raggiungendo subito le 1.200 aperture complessive, giacché sono in cantiere, ma senza scadenze precise, oltre 1.700 case di comunità. Discorso molto simile per gli ospedali di comunità, che venerdì scorso erano già arrivati a quota 290. Anche in questo caso, quindi, la meta sembrerebbe davvero a un passo.
“Abbiamo lavorato tanto su questo target e siamo sempre stati ottimisti – ha dichiarato Schillaci al Sole 24 Ore -. Il lavoro che stiamo facendo è di affiancamento delle Regioni, con monitoraggio continuo. Ringrazio le strutture del ministero per il grande impegno, ma anche i territori. La sfida del Pnrr era grande e troppo importante per sprecare l’occasione. Questo Paese, quando vuole, sa essere unito e può puntare dritto all’obiettivo. Ora lavoriamo pancia a terra sul personale. Abbiamo chiuso l’intesa con i medici di medicina generale, ma dobbiamo scrivere tutti insieme convintamente una nuova pagina per la medicina territoriale”.
Proprio l’accordo con i medici di famiglia, raggiunto in extremis, potrebbe però rappresentare una spina nel fianco. Tale accordo prevede un impegno settimanale fino a un massimo sei ore nelle case di comunità, con turni di almeno tre ore per i dottori che non sono già impegnati nel distretto. Basterà per “riempire” le nuove strutture?
Forti dubbi, in merito, li ha espressi nei giorni scorsi l’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Guido Bertolaso, che ha definito l’accordo un “pannicello caldo”, poiché al momento solo il 17% della presenza è garantita dai medici di famiglia: “Proveremo a far applicare l’accordo arrivato in zona Cesarini – ha aggiunto -. Se entro la fine di quest’anno qualcosa si potrà realizzare, sarà un gran risultato, ma noi ci contiamo poco. Intanto ci siamo organizzati in modo diverso per dare il personale alle nostre case di comunità”.
A dicembre scorso solo il 4% delle case di comunità aveva tutti i servizi a regime. Un dato che, unito alla retromarcia del Governo sul decreto di riforma che prevedeva anche la dipendenza per i medici di famiglia da impegare nelle nuove strutture, rappresente un rischio flop per molte di queste.
E poi c’è il nodo delle differenze territoriali, ossia dello scarto tra Regioni del Nord, dove si contano molte strutture già operative, e quelle del Sud, che sono in ritardo o hanno target più bassi. Alla scadenza del 30 giugno, solo per quanto riguarda le case di comunità, la Lombardia ne conta già 186 operative, il Veneto 102, il Lazio 115.
Regioni per così dire virtuose, soprattutto se paragonate ad altre, che non vantano numeri altrettanto positivi. Si pensi alle 42 strutture attive in Puglia o alle 48 messe in cantiere in Calabria, di cui ancora non è nota l’operatività, mentre in Sicilia le case di comunità attive risulterebbero 54 su 146 previste, e altre 27 sarebbero concluse e in via di attivazione.
Redazione Nurse Times
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