“Le case di comunità garantiscono sanità territoriale anche senza la presenza fisica del medico di medicina generale, purché sia collegato funzionalmente rispetto ai percorsi”. Lo ha dichiarato Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale Ordini professioni infermieristiche (Fnopi), a margine del convegno dell’Associazione italiana ingegneria clinica (Aiic), tenutosi a Torino.
L’intervento di Mangiacavalli si inserisce nel contesto dello spinoso confronto sul futuro della sanità territoriale, dopo lo stop al progetto di riforma della medicina generale. Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha confermato l’obiettivo di rendere operative le case di comunità entro il 30 giugno, data di scadenza per gli obiettivi fissati dal Pnrr. Una manifestazione di ottimismo che pare trovare conferma nella riapertura del dialogo tra ministro e Fimmg, mentre proseguono anche le interlocuzioni con le Regioni per definire modalità organizzative e partecipazione dei medici di famiglia.
Mangiacavalli ha dichiarato ad Adnkronos Salute che la presenza del medico di medicina generale nelle case di comunità “può essere anche intesa come collegamento funzionale attraverso strumenti di telemedicina e ingaggio nei percorsi condivisi di cura e assistenza del cittadino”. Secondo la presidente Fnopi, dunque, il nodo non è la presenza fisica del professionista all’interno delle strutture, ma la sua partecipazione ai percorsi assistenziali e il coordinamento con gli altri operatori coinvolti nella presa in carico del paziente.
Redazione Nurse Times
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