Home Non chiediamoci quanti infermieri mancano. Chiediamoci quanta assistenza resta indietro

Non chiediamoci quanti infermieri mancano. Chiediamoci quanta assistenza resta indietro

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Lo staffing non è una casella nella pianta organica. È il tempo che un paziente riceve, oppure no.

Ogni volta che si parla di infermieri, il discorso scivola nello stesso punto: quanti ne mancano. È un problema vero, ma fermarsi ai posti vacanti ci fa perdere di vista la domanda che conta davvero: che cosa succede alla sicurezza dei pazienti quando gli infermieri disponibili non bastano a rispondere ai bisogni assistenziali del reparto?

Chiunque abbia prestato servizio durante un turno in affanno sa che la risposta non può essere semplicemente: “si lavora di più”.

Significa, piuttosto, avere meno tempo per assistere e monitorare davvero una persona, per accorgersi che i suoi parametri stanno cambiando, per mobilizzarla, per informarla sulla terapia, per comunicare con un familiare che attende notizie.

Significa soprattutto che alcune attività assistenziali, pur necessarie, vengono rinviate perché altre, considerate più urgenti, devono avere la precedenza. È attraverso queste conseguenze concrete che lo staffing smette di essere soltanto un tema organizzativo e diventa un tema di sicurezza.

A sostenerlo non è soltanto l’esperienza quotidiana nei reparti. Una storica revisione sistematica con meta-analisi aveva già rilevato un’associazione tra una maggiore presenza infermieristica e la riduzione della mortalità ospedaliera e di diversi eventi avversi, sottolineando però quanto sia complesso stabilire un rapporto causale.

È opportuno, pertanto, non cedere alla facile semplificazione dello slogan “più infermieri uguale meno morti”.

Gli esiti assistenziali dipendono infatti da un insieme di fattori: la complessità clinica dei pazienti, l’organizzazione, le competenze disponibili, l’ambiente di lavoro, la composizione dell’équipe e la capacità di riconoscere tempestivamente un deterioramento clinico.

Ma è proprio questa eterogeneità di fattori a spiegare perché lo staffing non possa essere ridotto a una misurazione meramente quantitativa del personale. Quando i professionisti disponibili non bastano, infatti, le attività assistenziali non scompaiono: alcune vengono posticipate rispetto al momento in cui sarebbero necessarie, altre vengono svolte solo parzialmente, altre ancora possono non essere effettuate.

Questa parte dell’assistenza ha un nome: missed nursing care. Con questa espressione si indicano le attività assistenziali necessarie che vengono omesse, svolte solo in parte oppure rinviate. Quasi mai si tratta di una scelta deliberata; molto più spesso accade perché, quando il tempo e le risorse disponibili non sono sufficienti rispetto ai bisogni assistenziali, è necessario stabilire delle priorità, e alcune attività finiscono inevitabilmente per essere posticipate.

Che non si tratti di un’eccezione lo conferma una revisione sistematica, secondo cui bassi livelli di staffing si associano a una maggiore frequenza di cure omesse, con una relazione statisticamente significativa in 14 degli studi considerati.

Le attività interessate sono molto diverse tra loro: mobilizzazione, igiene, educazione del paziente, comunicazione, supporto emotivo, pianificazione della dimissione e sorveglianza. Qui sta uno degli aspetti più delicati. Una mobilizzazione rinviata o un controllo effettuato più tardi del previsto possono non comparire negli indicatori aziendali, non generare una segnalazione e non finire in un report. Eppure questi ritardi possono accumularsi e modificare la qualità dell’assistenza effettivamente ricevuta dal paziente. Le evidenze più recenti si muovono nella stessa direzione.

Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 ha rilevato che, nella maggior parte degli studi inclusi, la missed nursing care risultava associata a cadute, infezioni, lesioni da pressione ed errori di terapia.

Un’altra revisione ha osservato associazioni tra singole attività assistenziali omesse e diversi esiti, dalla mortalità alle riammissioni. Gli autori invitano tuttavia alla prudenza nell’interpretazione dei risultati, soprattutto per l’eterogeneità metodologica degli studi.

Ed è proprio per questo che il tema va affrontato senza semplificazioni: le evidenze non autorizzano conclusioni assolute, ma rendono legittima una domanda scomoda. Possiamo continuare a chiamare “problema di organico” una situazione nella quale aumenta il numero delle attività assistenziali che gli infermieri non riescono più a garantire?

E se il numero, da solo, non basta a spiegare gli esiti assistenziali, resta un altro elemento che rischia di scomparire quando si ragiona soltanto in termini quantitativi: chi compone quel numero. Contano le competenze, l’esperienza, lo skill mix, la complessità dei pazienti e l’organizzazione del lavoro.

Due reparti con una dotazione numericamente identica possono quindi trovarsi in condizioni assistenziali molto diverse. Pensiamo a una terapia intensiva, dove il margine tra un parametro che comincia a peggiorare e un evento critico può misurarsi in minuti.

In un contesto simile, la differenza tra un infermiere che può garantire una sorveglianza continua e uno che deve assistere contemporaneamente più pazienti non rappresenta soltanto un dettaglio organizzativo: può incidere sul tempo necessario per accorgersi di un peggioramento e intervenire in tempo.

È uno dei contesti nei quali il rapporto tra staffing e sicurezza emerge con particolare evidenza, perché lo spazio temporale per cogliere un cambiamento può essere molto ristretto.

Forse, allora, il dibattito sulla carenza infermieristica ha bisogno soprattutto di cambiare angolo. Sapere quanti infermieri mancano è indispensabile, ma non sufficiente. Dovremmo chiederci quanta assistenza riusciamo realmente a offrire, quali attività vengono rinviate per prime quando aumenta il carico assistenziale e quali segnali indicano che un reparto sta lavorando oltre una soglia sostenibile, prima che sia un evento avverso a mostrarlo.

La missed nursing care serve proprio a rendere visibile questa distanza: quella tra l’assistenza di cui il paziente avrebbe bisogno e quella che, nelle condizioni reali di un turno, si riesce effettivamente a fornire. Perché dietro una dotazione insufficiente non c’è soltanto un professionista chiamato a sostenere un carico maggiore. C’è un paziente che rischia di ricevere meno assistenza di quella di cui avrebbe bisogno.

Di Giuseppe Profilo
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