Ogni volta che esce un rapporto sul personale sanitario sembra di assistere allo stesso copione. Gli infermieri sono pochi. L’età media aumenta. I pensionamenti si avvicinano. La popolazione diventa sempre più anziana e con essa cresce il bisogno di assistenza. È una fotografia ormai nota, quasi rassicurante nella sua ripetitività, perché ci permette di attribuire tutto a un fenomeno naturale: l’invecchiamento.
Eppure questa è solo una parte della storia. Dire che gli infermieri stanno invecchiando è come osservare il fumo senza chiedersi dove sia l’incendio. Il problema non è che un professionista, dopo trent’anni di lavoro, vada in pensione. Sarebbe anzi preoccupante il contrario. Il vero problema è che, mentre lui esce dalla porta, nessuno entra dalla finestra. E se entra, spesso esce di nuovo dopo pochi anni, oppure sceglie direttamente un altro Paese, un altro settore o un’altra vita.
Per troppo tempo la politica ha raccontato la carenza infermieristica come una semplice questione numerica. Mancano 60mila infermieri? Aumentiamo i posti all’università. Servono professionisti sul territorio? Costruiamo nuove case della comunità. Arrivano i pensionamenti? Faremo un piano del fabbisogno. È una visione rassicurante perché trasforma un problema complesso in una serie di caselle da riempire. Peccato che la realtà funzioni diversamente.
I posti nei corsi di laurea iniziano a rimanere vuoti, molti neoabilitati non scelgono il Servizio sanitario nazionale e chi già lavora manifesta un malessere crescente legato a stipendi poco competitivi, carichi di lavoro elevati, limitate prospettive di carriera e organizzazioni che troppo spesso chiedono di fare di più con sempre meno risorse. Continuare a parlare soltanto di fabbisogni significa ignorare una domanda molto più scomoda: perché un ragazzo di 19 anni dovrebbe scegliere oggi una professione che chi la esercita da vent’anni racconta sempre più spesso con frustrazione?
C’è poi un’altra contraddizione che merita attenzione. Da una parte si continua a sostenere che il futuro della sanità passerà attraverso il territorio, la gestione della cronicità, la presa in carico domiciliare e la prevenzione. Dall’altra sappiamo che tutto questo richiederà migliaia di infermieri in più rispetto a quelli già necessari negli ospedali. È una riforma che, almeno sulla carta, poggia proprio sulla professione infermieristica.
Ma una riforma sanitaria senza infermieri assomiglia a un’autostrada inaugurata senza automobili: la struttura esiste, le fotografie vengono bene, il nastro si può tagliare, ma il sistema non si muove. Continuiamo a celebrare il raggiungimento dei target del Pnrr mentre la vera domanda resta senza risposta: chi lavorerà dentro quelle strutture tra cinque o dieci anni?
Forse, allora, dovremmo smettere di raccontare l’invecchiamento degli infermieri come una calamità inevitabile. È il risultato di scelte politiche, contrattuali e organizzative che si sono accumulate per anni. Non siamo arrivati a questo punto all’improvviso e non ne usciremo semplicemente aspettando una nuova generazione di professionisti. Le professioni non si rendono attrattive con le campagne di comunicazione, ma con il riconoscimento economico, la valorizzazione delle competenze, percorsi di carriera credibili e condizioni di lavoro che permettano alle persone di immaginare un futuro dentro il Servizio sanitario nazionale.
Continuare a parlare soltanto dell’età media degli infermieri rischia di farci perdere di vista il problema vero. Gli infermieri non stanno semplicemente invecchiando. È il sistema che sta invecchiando insieme a loro, senza aver preparato chi dovrà raccoglierne il testimone.
Guido Gabriele Antonio
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