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Il vincolo di esclusività non è il problema. È il sintomo di una politica che continua a non fidarsi dei professionisti

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Sblocco del vincolo di esclusività per gli infermieri nel decreto Milleproroghe
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Migliaia di firme per chiedere l’abolizione definitiva del vincolo di esclusività non sono semplicemente il successo di una petizione. Sono il segnale che una parte consistente dei professionisti sanitari ha smesso di considerare questo tema una rivendicazione di categoria e ha iniziato a viverlo come una questione di dignità professionale.

La petizione promossa dalla FNO TSRM e PSTRP arriva in un momento particolare, dopo anni di deroghe temporanee, proroghe, interpretazioni aziendali differenti e norme che sembrano costruite più per rinviare il problema che per risolverlo. Da una parte il Parlamento continua a riconoscere che il sistema sanitario è in carenza cronica di personale e che le professioni sanitarie devono essere valorizzate. Dall’altra continua a mantenere un impianto normativo nato oltre trent’anni fa, quando il Servizio sanitario nazionale era completamente diverso da quello di oggi.

Il punto, però, è che il dibattito rischia ancora una volta di concentrarsi sulla questione sbagliata. Si parla di libera professione come se il vero obiettivo dei professionisti fosse quello di scappare dal Servizio sanitario nazionale per lavorare nel privato. È una narrazione comoda, perché permette alla politica di trasformare una richiesta di libertà professionale in un problema di fedeltà verso il sistema pubblico.

Ma il tema non è questo. Il tema è chiedersi perché un infermiere, un fisioterapista, un tecnico di radiologia o un logopedista debbano essere trattati diversamente rispetto ad altri professionisti sanitari. Perché un medico può svolgere attività libero-professionale con regole ben definite, mentre un professionista del comparto continua a dipendere da autorizzazioni temporanee, deroghe e interpretazioni discrezionali?

Se il principio è evitare conflitti di interesse, allora dovrebbe valere per tutti. Se invece il principio è riconoscere autonomia e responsabilità professionale, allora dovrebbe essere esteso a tutti. Mantenere due regimi diversi significa soltanto certificare che esistono professioni considerate pienamente autonome e altre che, nonostante lauree, competenze e responsabilità sempre maggiori, vengono ancora trattate come se dovessero essere costantemente controllate.

C’è poi un paradosso che merita di essere raccontato. Da anni sentiamo ripetere che bisogna rendere più attrattivo il Ssn. Si organizzano tavoli, si istituiscono commissioni, si producono documenti sulle cause della fuga dei professionisti. Poi, quando una categoria chiede semplicemente di eliminare un vincolo che la distingue negativamente rispetto ad altre professioni, improvvisamente il dibattito cambia tono.

Si insinua che questo possa indebolire il sistema pubblico, quasi che il problema del Ssn siano le poche ore di libera professione svolte fuori servizio e non gli stipendi inadeguati, i turni massacranti, le aggressioni, il sottofinanziamento e una carriera che, per molti professionisti, si ferma il giorno stesso dell’assunzione. È una straordinaria capacità di individuare sempre il bersaglio meno scomodo. Invece di chiedersi perché migliaia di professionisti lasciano il pubblico, ci si preoccupa di impedire loro di lavorare qualche ora in più nel tempo libero.

Forse è proprio questo l’aspetto più curioso della vicenda. La politica continua a parlare di valorizzazione delle professioni sanitarie, ma ogni volta che si presenta l’occasione di riconoscere loro un’effettiva autonomia riaffiora una cultura amministrativa fondata sul sospetto. Il professionista viene considerato affidabile quando gli si affidano pazienti complessi, terapie salvavita e responsabilità sempre più ampie, ma diventa improvvisamente inaffidabile quando chiede di poter esercitare liberamente la propria professione fuori dall’orario di lavoro. È una contraddizione che racconta molto del rapporto tra istituzioni e professionisti sanitari.

Forse il vero vincolo di esclusività non è quello scritto nella Legge del 1991, ma quello culturale che continua a considerare il personale sanitario come un costo da amministrare, anziché come un capitale umano da valorizzare. E finché non cambierà questa mentalità, ogni proroga, ogni deroga e ogni petizione rischieranno di essere soltanto l’ennesimo cerotto applicato su una ferita che la politica continua ostinatamente a non voler curare.

Guido Gabriele Antonio

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