Da qualche anno la telemedicina viene raccontata come una delle grandi rivoluzioni del Servizio sanitario nazionale. Prima il Pnrr, poi il Dm 77, oggi il nuovo modello orientativo pubblicato da Agenas sulla teleassistenza. Ogni documento aggiunge un tassello a un mosaico che sembra ormai delineato: la sanità del futuro sarà sempre più connessa, digitale e vicina al domicilio del cittadino.
Ma c’è un rischio che accompagna ogni innovazione tecnologica: confondere lo strumento con il cambiamento. Perché la teleassistenza non nasce nel momento in cui un infermiere apre una piattaforma digitale. Nasce quando cambia il modo di assistere una persona.
Il documento Agenas rappresenta un passaggio importante proprio perché prova a fare ordine. Definisce la teleassistenza come un’attività assistenziale organizzata, continuativa e integrata con il percorso di cura, superando l’idea che basti una telefonata o una videochiamata per parlare di assistenza a distanza. È una precisazione che può sembrare banale, ma che in realtà fotografa una delle criticità più frequenti della sanità digitale italiana: negli ultimi anni molte aziende hanno introdotto strumenti tecnologici senza modificare realmente i modelli organizzativi. Il risultato è stato quello di digitalizzare vecchi processi invece di ripensarli.
Per gli infermieri il cambiamento è ancora più evidente. La teleassistenza non significa semplicemente seguire un paziente attraverso uno schermo. Significa monitorarne l’evoluzione clinica, verificare l’aderenza terapeutica, educare il paziente e il caregiver, individuare precocemente segnali di peggioramento e coordinarsi con gli altri professionisti della rete territoriale. Sono attività che l’infermiere svolge da sempre, ma che oggi vengono ricollocate all’interno di un modello organizzativo diverso, dove la continuità assistenziale non dipende più esclusivamente dalla presenza fisica, bensì dalla capacità di mantenere una relazione professionale anche attraverso strumenti digitali.
Il punto, però, è un altro. La tecnologia non colmerà automaticamente le fragilità del sistema sanitario. Una piattaforma informatica non sostituisce il personale che manca, non riduce le liste d’attesa e non risolve le disuguaglianze organizzative tra le Regioni. Anzi, senza un’adeguata formazione e senza investimenti nelle competenze digitali, il rischio è quello di aumentare ulteriormente le differenze tra aziende più strutturate e realtà che faticano ancora a garantire i servizi essenziali. La teleassistenza può rappresentare un’opportunità straordinaria, ma soltanto se diventa parte di un’organizzazione capace di integrare ospedale, territorio, case della comunità e assistenza domiciliare.
Forse è proprio questo il messaggio più interessante del nuovo modello Agenas. La vera innovazione non consiste nell’utilizzare nuovi strumenti, ma nel ripensare il modo in cui vengono erogate le cure. La teleassistenza non misura il grado di modernità di un sistema sanitario perché utilizza una piattaforma digitale. Lo misura quando riesce a garantire continuità, sicurezza e prossimità anche a chi vive lontano dagli ospedali, è fragile o convive con una malattia cronica. Perché il futuro della sanità non sarà deciso dalla qualità delle connessioni internet, ma dalla capacità delle organizzazioni di trasformare la tecnologia in assistenza reale. Ed è una differenza che, troppo spesso, continuiamo a sottovalutare.
Guido Gabriele Antonio
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