Una struttura realizzata in tempi record durante il periodo Covid. L’ospedale in Fiera del Levante, a Bari, è oggi un luogo tetro e vuoto, specchio fedele degli sprechi che hanno portato al famigerato buco di bilancio nella sanità pugliese. I macchinari non ci sono più da un pezzo, trasferiti al Policlinico, al San Paolo o in altri ospedali della Asl.
Lo spettacolo all’interno è ormai simile a quello di altri spazi ricettacolo di rifiuti, Come il padiglione 149, dove sono accatastate sedie rotte, lenzuola e sedie arrugginite. Nei cortili esterni del nosocomio mancato le erbacce sono diventate alberi, un estintore è abbandonato. Calcinacci, bidoni dell’immondizia ancora pieni di mascherine. Su una scala mobile è crollato l’intonaco.
Tracce di quella che sei anni fa fu immaginata come un’arguta intuizione di politica sanitaria, concepita nell’emergenza sì, ma chissà cosa sarebbe potuta diventare dopo. Di queste luminose sorti sono rimaste solo le scritte, “sala Tac”, “moduli di degenza”, i simboli dei vaccini, gli impianti di areazione, le cabine elettriche svuotate, le frecce, le sagome degli infermieri che sorridono dai muri.
Nelle sale più ampie, l’onda rumorosa degli svolazzi dei piccioni ha preso il posto delle parole pronunciate dall’allora governatore Michele Emiliano: “…un lavoro straordinario che consentirà peraltro l’utilizzazione dei macchinari più moderni che esistano, devo dire talmente ben riuscito che noi ci auguriamo di poter utilizzare anche dopo l’emergenza Covid”.
E ora in Regione ci si sta lambiccando il cervello per capire cosa fare di quegli spazi vuoti. La “Nuova Fiera del Levante”, la società che gestisce le aree, chiede che siano restituite come sono state affidate, cioè senza i tramezzi, le pannellature e gli altri ingombri realizzati nel 2021, qualora la Regione decidesse di chiuderlo.
Ma la giunta del nuovo governatore Antonio Decaro ha affidato al dirigente della Protezione civile, Nicola Lopane, il compito di valutare costi e benefici delle due opzioni: restituire le chiavi – con tutti i costi che comunque la Regione dovrebbe sopportare per abbattere i muri e restituire gli spazi come li ha trovati – o attuare la riconversione di cui si vagheggia da tempo negli interventi in Consiglio regionale, ossia una fiera permanente dedicata alla sanità o una scuola di formazione del settore.
La perizia sarà consegnata a giorni. È stata affidata all’ingegnere Elio Santamato, che dovrà anche tener conto della destinazione urbanistica “per attività fieristiche” del padiglione, superabile se c’è un’utilità pubblica. Vincoli relativi, visto che, per esempio, gli edifici fronte mare hanno potuto ospitare Eataly e poi i ricercatori della Deloitte.
I tempi delle rigenerazioni urbane, però, non sono rapidissimi e, nel frattempo, la Regione deve pensare a come mettere in sicurezza l’ex ospedale. Durante l’ultima ondata di maltempo, per esempio, un pezzo del tetto stava per volarsene, col rischio di ammazzare qualcuno. Per questo si stanno valutando i lavori necessari per dormire tranquilli fino a quando la politica non decide cosa fare. Ciò comporterà costi di centinaia di migliaia di euro, ancora in fase di calcolo, che si aggiungeranno ai 28 milioni di euro spesi finora, lievitati rispetto alla previsione iniziale di 9 milioni.
Ma è qui la voragine che sta risucchiando i soldi dei contribuenti pugliesi, costretti a pagare un’Irpef più alta per coprire il disavanzo? Donato Pentassuglia, assessore regionale alla Sanità, assicura che quegli sprechi “non c’entrano assolutamente niente: siamo di fronte a un populismo senza uguali”. Non nega che ci possano stare dilapidazioni, ma non è stato questo a incidere sulla formazione.
I finanziamenti portavano infatti la firma del generale Francesco Paolo Figliuolo, l’alpino che l’ex premier Giuseppe Conte nominò commissario straordinario all’emergenza Covid. Lo spreco ci fu. Ma non è tra le macerie che i pugliesi potranno trovare l’origine del loro prossimo salasso.
Redazione Nurse Times
Fonte: la Repubblica
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