C’è un dato che più di tutti dovrebbe far riflettere. In Puglia, nei prossimi due anni, oltre 700 medici di medicina generale andranno in pensione, mentre già oggi ne mancano circa 279. Non è una previsione lontana, è una traiettoria già scritta. A dirlo non è una voce isolata, ma la Fondazione GIMBE, che da tempo analizza l’andamento del personale sanitario nel Paese.
E allora la domanda nasce spontanea: com’è possibile che un fenomeno così prevedibile venga raccontato ogni volta come un’emergenza? Perché qui non siamo davanti a un evento improvviso. L’invecchiamento della popolazione è noto da anni. Così come è noto il progressivo invecchiamento della classe medica, soprattutto sul territorio. I numeri c’erano, le curve demografiche erano chiare, le proiezioni anche. Eppure il sistema si ritrova oggi a inseguire un problema che avrebbe dovuto anticipare.
Secondo i dati GIMBE, la carenza di medici di medicina generale è un fenomeno nazionale, ma nelle regioni del Sud, e in particolare in Puglia, assume dimensioni ancora più critiche. Il ricambio generazionale non è stato programmato in modo adeguato, e la professione, negli ultimi anni, ha perso attrattività, soprattutto nelle aree più complesse e meno servite.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Meno medici disponibili. Più cittadini da assistere. Un carico crescente che si sposta inevitabilmente su chi resta. E qui emerge il vero nodo. Perché si è intervenuti – almeno sulla carta – con riforme che puntano sul territorio, con modelli organizzativi che dovrebbero avvicinare la sanità al cittadino. Case di comunità, assistenza domiciliare, integrazione dei servizi. Tutto corretto. Tutto necessario. Ma senza personale, ogni modello resta incompleto.
E allora il problema cambia prospettiva. Non è più solo una questione di carenza. È una questione di programmazione. Perché un sistema sanitario non si costruisce nel momento in cui serve. Si costruisce anni prima. Nella formazione, nella pianificazione dei fabbisogni, nella capacità di rendere una professione sostenibile e attrattiva.
Se questo non accade, il sistema non crolla all’improvviso. Semplicemente si svuota. E quando si svuota, inizia a rincorrere. Rincorre i pensionamenti. Rincorre la domanda crescente. Rincorre le soluzioni tampone. Ma rincorrere non è governare.
Ed è qui che il tema diventa strutturale. Perché non si tratta solo di quanti medici mancano oggi, ma di quanti non sono stati programmati ieri. Non si tratta solo di coprire le carenze attuali, ma di evitare che si ripetano. Perché ogni volta che un problema prevedibile diventa emergenza, significa che qualcosa, nel modo in cui si pianifica, non ha funzionato.
E nel frattempo, il sistema va avanti. Con meno medici. Con più pressione. Con cittadini che fanno sempre più fatica a trovare risposte sul territorio. E allora la domanda resta lì, semplice ma inevitabile: possiamo davvero continuare a chiamare emergenza ciò che, in realtà, era già scritto da anni?
Guido Gabriele Antonio
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