C’è una cosa curiosa che accade ciclicamente nella sanità italiana. Tutti concordano sul fatto che esista un problema. Tutti lo vedono. Tutti lo raccontano. Tutti lo denunciano. Poi, quando arriva il momento di cambiare davvero qualcosa, improvvisamente il consenso scompare e il sistema si immobilizza.
La medicina generale è probabilmente l’esempio più evidente di questo fenomeno. Da anni sentiamo ripetere le stesse parole: mancano medici di famiglia, i cittadini faticano a trovare assistenza, la burocrazia soffoca il tempo clinico, le aggressioni aumentano, i professionisti vanno in pensione senza essere sostituiti e il territorio fatica a reggere il peso dell’invecchiamento della popolazione. Su questo sembrano essere tutti d’accordo. Governo, Regioni, sindacati, professionisti e cittadini.
Poi, però, arriva una proposta di riforma. Ed è qui che accade qualcosa di straordinario. Quelli che prima vedevano il problema iniziano a vedere i rischi della soluzione. Quelli che chiedevano cambiamento iniziano a difendere l’esistente. Quelli che denunciavano la crisi iniziano a spiegare perché non è il momento giusto per intervenire. Alla fine tutto si blocca. E la crisi resta.
La sensazione è che la sanità italiana assomigli sempre di più a un condominio con il tetto che perde. Gli inquilini vedono l’acqua scendere lungo le pareti, discutono per anni della necessità di rifare la copertura, organizzano riunioni, commissioni e tavoli tecnici. Ma quando arriva il momento di pagare i lavori, ciascuno scopre improvvisamente una buona ragione per rimandare. Il problema è che nel frattempo il tetto continua a perdere. Ed è esattamente ciò che sta accadendo alla medicina territoriale.
Nel dibattito di queste settimane si è parlato di contratti, di convenzioni, di dipendenza, di previdenza, di organizzazione. Tutti temi importanti. Ma c’è una domanda che sembra essere rimasta fuori dalla stanza: cosa serve davvero ai cittadini? Perché alla fine il cittadino non chiede quale sia il modello contrattuale del suo medico di famiglia. Chiede di trovare qualcuno quando ne ha bisogno. Chiede continuità assistenziale. Chiede accessibilità. Chiede risposte. E mentre il sistema continua a discutere di se stesso, questi problemi restano sul tavolo.
In questa storia c’è poi un’altra assenza che colpisce. Quella della professione infermieristica. Da anni sappiamo che nessun modello territoriale moderno può reggersi esclusivamente sul medico di medicina generale. L’aumento delle cronicità, della fragilità e dei bisogni assistenziali richiede équipe multiprofessionali, presenza sul territorio e continuità di presa in carico. Eppure continuiamo a ragionare come se il dibattito riguardasse una sola figura professionale.
Forse il vero problema della riforma non è che si sia fermata. Forse il vero problema è che ancora una volta abbiamo discusso di chi dovesse difendere il proprio spazio, invece di discutere di quale sanità serva ai cittadini. Perché una cosa ormai è certa: tutti vogliono cambiare la medicina generale. Purché non cambi nulla.
Guido Gabriele Antonio
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