Negli ultimi mesi si è parlato molto della cosiddetta riforma della medicina generale, annunciata dal ministro della Salute, Orazio Schillaci. Se ne è discusso tra politici, sindacati, Regioni e professionisti sanitari. Poi, improvvisamente, il dibattito si è raffreddato. La riforma si è sostanzialmente fermata. Ma cosa prevedeva realmente e, soprattutto, cosa cambia adesso per i cittadini?
L’idea di fondo era semplice: rafforzare la sanità territoriale e rendere più integrata la presenza dei medici di famiglia all’interno delle nuove case di comunità finanziate dal Pnrr. Il problema da affrontare era evidente. La popolazione invecchia, le malattie croniche aumentano, i pronto soccorso sono sempre più congestionati e trovare un medico di famiglia sta diventando difficile in molte aree del Paese. Di fronte a questa situazione il Governo aveva immaginato una revisione del modello organizzativo della medicina generale.
La proposta, però, ha incontrato forti resistenze. Sul tavolo si sono intrecciati aspetti organizzativi, contrattuali, previdenziali e sindacali. Il risultato è che la riforma si è progressivamente arenata. Eppure la cosa più interessante è che quasi tutti concordano su un punto: la medicina generale sta attraversando una crisi profonda. Mancano professionisti, aumenta il carico burocratico, cresce la difficoltà di accesso alle cure e molti cittadini percepiscono un progressivo allontanamento del sistema sanitario dal territorio.
Ed è qui che emerge una contraddizione tutta italiana. Siamo spesso bravissimi nel diagnosticare i problemi, molto meno nel trovare una soluzione condivisa. Ogni attore riconosce che qualcosa non funziona, ma quando si passa alle modifiche concrete iniziano i veti, le resistenze e la difesa degli equilibri esistenti. Così il cambiamento si riduce a piccoli aggiustamenti, che raramente incidono sulle cause profonde della crisi.
In questo scenario esiste però una risorsa ancora largamente sottoutilizzata: la professione infermieristica. Da anni si parla dell’infermiere di famiglia e comunità come figura capace di seguire i pazienti cronici, supportare le famiglie, promuovere la prevenzione e garantire una maggiore continuità assistenziale sul territorio. Non come sostituto del medico, ma come parte integrante di un modello multiprofessionale che oggi appare sempre più necessario.
La riforma Schillaci si è fermata. Ma i problemi che aveva individuato sono ancora tutti lì. La vera domanda, quindi, non è se quella proposta fosse perfetta o meno. La domanda è un’altra: quanto tempo può ancora permettersi di aspettare la sanità territoriale italiana prima che qualcuno trovi il coraggio di scegliere una strada e percorrerla fino in fondo?
Guido Gabriele Antonio
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