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Terremoto in Venezuela, la testimonianza dell’infermiere piemontese Matteo Brignone: “Mai vista una devastazione simile. Al lavoro anche per 30 ore di fila”

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IPA86170516 - Venezuela, Proseguono a La Guaira le operazioni del contingente dei vigili del fuoco italiani impegnato nella missione internazionale di soccorso in seguito del violento terremoto che ha colpito il Paese.
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Matteo Brignone

“Non avevo mai visto una devastazione simile. E nemmeno l’avevo immaginata”. Parola di Matteo Brignone, infermiere piemontese appena rientrato da La Guaira, città portuale a nord di Caracas, dove ha fatto parte delle squadre USAR (Urban Search And Rescue) che, sotto il coordinamento della Protezione Civile, hanno prestato soccorso durante le fasi critiche dell’emergenza terremoto in Venezuela.

“Facevo parte di una delle squadre USAR Light (‘Light’ perché costituite da meno persone e con meno materiale da trasportare, ndr), ovvero quelle che partono per prime, per operare immediatamente dopo il sisma – racconta Matteo a L’Unione Monregalese -. Appena arrivati a La Guaira, quello che abbiamo visto è stato incredibile. Uno scenario catastrofico: palazzi interi completamente abbattuti, coricati, spezzati, e le persone scampate al crollo che scavavano in mezzo alle macerie a mani nude, chiamando i propri cari, sperando di trovare qualcuno”.

Matteo è infermiere del 118 dal 2008, con esperienza di ambulanza ed elisoccorso. Da un anno e mezzo coordina l’attività ospedale da campo e moduli specialistici maxi-emergenza 118 dell’Asl Cuneo 1. La squadra di cui faceva parte aveva come campo base lo stadio di baseball di La Guaira.

“Le ricerche erano senza sosta – ricorda -. Si è lavorato anche per 30 ore di fila, divisi in team da 9-11 persone comprendenti sempre un medico e un infermiere. Si usano strumenti diversi: i droni per perlustrare la zona dall’alto, telecamere-sonda molto piccole che permettono di vedere tra le macerie. E poi avevamo i geofoni, strumenti che consentono di captare i rumori anche al sotto gli edifici crollati”.

Ma c’è un dato tristissimo di cui tenere conto: davanti a un disastro del genere, il numero di persone che si può salvare è, purtroppo, minuscolo: forse, nell’ordine dello “zero, virgola zero”. Come dire che ogni singola vita estratta dalle macerie è quasi un miracolo.

Anche perché l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, come testimonia ancora Matteo: “Avevamo individuato una persona ancora viva sotto le macerie di un palazzo. L’edificio era letteralmente sprofondato, i primi tre piani sotto terra: un intervento delicatissimo. Lì sotto c’era una donna, viva. Era riuscita a mandare messaggi via telefono al fratello. Lui sapeva che sapeva che era viva. Aveva con sé due bambini. Quando è stata individuata dalle squadre rispondeva ai segnali. Non eravamo lontani, eravamo quasi riusciti a raggiungerla…”. Poi una nuova scossa. E dalle macerie non è più arrivato alcun segnale.

Matteo ricorda anche la gratitudine della popolazione locale: “Ci ringraziavano in ogni momento. Ci portavano scatolette di cibo, bottiglie d’acqua. Una ragazza ci ha indicato una zona crollata. Sapeva che lì sotto c’era il corpo di sua mamma. Sapeva che era morta. ‘Ho visto la sua mano tra le macerie’, ha detto. Siamo riusciti a estrarre il corpo e lei ci ha ringraziato. Abbiamo recuperato il corpo di un’anziana abbracciata a una bambina. E tutto questo in mezzo all’enorme calore dei quelle persone, che hanno letteralmente perso tutto, ogni cosa, eppure ci ringraziavano”.

Ma anche Matteo è pieno di gratitutdine: “Sono davvero felice e grato di aver potuto fare questa esperienza, che non dimenticherò mai. Sono grato alla squadra, a tutto il team che ha lavorato con me, ai miei ‘fratelli’ tra i vigli del fuoco, al mio primario, il dottor Mario Raviolo, che me lo ha consentito, e a mia moglie, a cui da un giorno all’altro ho comunicato che sarei andato in Venezuela ad aiutare”.

Redazione Nurse Times

Fonte: L’Unione Monregalese

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