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Sempre più medici e infermieri stranieri in Italia: le stime Amsi e i timori Fnomceo

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Anche i sanitari stranieri fuggono dall'Italia: siamo un Paese di passaggio
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La sanità italiana sta vivendo un doppio paradosso: mentre i medici stranieri che lavorano nel nostro Paese rappresentano ormai oltre il 10% delle forze attive (stime dell’Amsi – Associazione medici di origine straniera in Italia) e vige ancora la deroga Covid sulla verifica dei titoli, tra quelli che sono arrivati qui per studiare c’è già chi torna a casa, nei Paesi di origine. In contemporanea, prende quota la grande fuga dei professionisti italiani, sempre più giovani e sempre più specialisti, che cercano di realizzarsi altrove. “6mila infermieri e quasi 4mila medici sono andati all’estero, dati aggiornati al 2025”, certifica Foad Aodi, presidente dell’Amsi.

Burnout. Mortificazione (anche economica). Sale operatorie trasformate in catene di montaggio. Burocrazia pesante come un macigno. Bisogna partire da queste parole per inquadrare la malattia del servizio sanitario nazionale. Per Amsi i professionisti sanitari di origine straniera sono 123.810: 49.500 sono medici (su oltre 430mila iscritti Fnomceo), 45.200 infermieri, poi odontoiatri, fisioterapisti, farmacisti e psicologi.

“Tra 2023 e 2025 sono stati oltre 5.200 i reparti e servizi del nostro sistema salvati grazie ai professionisti stranieri”, spiega Aodi. E aggiunge: “Il 65% di loro non ha la cittadinanza italiana. Per questo non può fare concorsi”.

Filippo Anelli, presidente della Federazione Ordini dei medici e odontoiatri (Fnomceo), parte da una certezza: “I colleghi stranieri, per esercitare da noi, devono avere le stesse caratteristiche degli italiani. Il Governo, su questo, non può usare scorciatoie che mettono a rischio i pazienti”.

Ma di che cosa stiamo parlando? Il riferimento è al Decreto Cura Italia, sono gli anni dell’epidemia di Covid, “il Paese aveva bisogno di una mano”, riassume Anelli. Per dire: in quei giorni arrivarono anche militari ed epidemiologi russi, che hanno lasciato in eredità molte domande: erano aiuti veri (poi rinfacciati da Putin) o piuttosto si è trattato di spionaggio? Se quegli interrogativi non hanno ancora una risposta, abbiamo invece una certezza: (anche) nei nostri ospedali operano medici e infermieri che grazie alla deroga non sono passati da una verifica rigorosa sui titoli acquisiti all’estero.

Quanti sono? Tanti, nelle stime dell’Amsi: “Quasi 19mila infermieri e 8.900 medici sono entrati con i decreti Cura Italia e Ucraina dal 2020 ad oggi”. La polemica si è riaccesa dopo il caso dell’ospedale San Raffaele di Milano. Riassume Anelli: “Il Governo Conte fece una norma che nella sostanza stabiliva: basta che arrivino. Noi, obtorto collo, dicemmo va bene: capivamo la drammaticità del momento. Poi quel decreto è stato prorogato, da ultimo fino al 2029. Nel 2022 avevo scritto anche al capo dello Stato. Fnomceo ha quindi sollevato il problema davanti al Tar Lombardia”.

La giustizia amministrativa e il ministro Orazio Schillaci chiamano in causa le Regioni, “perché il decreto deroga a loro il riconoscimento dei titoli”. Ma “non lo stanno facendo e quindi c’è una violazione di legge – attacca Anelli -. In concreto dovrebbero prendere i curricula, verificare gli esami sostenuti e paragonarli a quelli italiani”. La conclusione è dura: “Chi non ha avuto il riconoscimento sostanziale, sta facendo esercizio abusivo della professione”. Poi c’è un altro passaggio: “La legge imponeva di concludere l’accordo Stato-Regioni per disciplinare la materia. La bozza è bloccata”.

Ma come siamo arrivati ai numeri attuali di professionisti sanitari stranieri? Bisogna tornare all’origine, suggerisce il professor Aodi, perché “in Italia si sono susseguite quattro fasi di immigrazione. Prima sono arrivati gli studenti, il 45% è rimasto qui, in maggioranza hanno la cittadinanza italiana. La seconda fase è iniziata dopo la caduta del Muro di Berlino. Ha portato russi, ucraini, albanesi, nordafricani, per lo più già laureati nei loro paesi d’origine”.

E ancora: “Poi c’è stata la terza fase dell’immigrazione, quella della primavera araba, che potrebbe avere le difficoltà maggiori per la lingua. Il ragionamento vale anche per l’ultima ondata, legata al decreto Cura Italia. Come Amsi, chiediamo a tutti di imparare molto bene l’italiano. Alcuni lo hanno fatto, altri meno. Sicuramente se un medico non conosce la lingua ci sono problemi per lui e per il paziente. Abbiamo rivolto un appello al governo, alle Regioni, a tutte le strutture”.

Guardando avanti, il futuro dell’Italia sarà quello di avere sempre più medici e infermieri stranieri? “Sicuramente questa è l’unica soluzione attuale per rispondere all’emergenza – è l’analisi del presidente Amsi -. La sanità italiana è in coma, l’unica rianimazione che stiamo facendo consiste nel far arrivare i professionisti da fuori. Altri Paesi, come Inghilterra, Francia, Danimarca, Belgio e Scozia, applicano già da molti anni questa soluzione. Ma ricordo che ad esempio gli albanesi, i rumeni, i polacchi per primi stanno tornando a casa. Ormai c’è un’immigrazione al contrario. Mentre accelera la grande fuga degli italiani”.

Redazione Nurse Times

Fonte: Quotidiano Nazionale

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