Alla fine della lettura del Rapporto semestrale Aran sulle retribuzioni dei dipendenti pubblici una cosa diventa chiara, anche senza essere esperti di finanza pubblica: il problema non è solo economico. La spesa c’è. Gli aumenti ci sono. I contratti vengono rinnovati.
Eppure qualcosa non torna. Il potere d’acquisto cala. Le disuguaglianze crescono. L’attrattività della sanità diminuisce. Il Rapporto Aran non lo dice così, ma i numeri portano esattamente lì.
La sanità sotto la lente (non per caso)
Nel Rapporto Aran la sanità non è un capitolo secondario. È il settore scelto per l’analisi più dettagliata. Non per caso. Il comparto sanità rappresenta circa un quarto di tutti i dipendenti pubblici non dirigenti. È uno dei pilastri quantitativi della pubblica amministrazione. Ed è anche quello dove le tensioni sono più evidenti.
Nel comparto sanità:
- la complessità del lavoro cresce;
- i bisogni di cura aumentano;
- la pressione organizzativa è costante.
Eppure, dal punto di vista retributivo, il quadro è sorprendentemente lineare: la sanità segue lo stesso andamento medio del resto della pubblica amministrazione. Aumenti contrattuali sì. Recupero reale del potere d’acquisto no.
Quando l’aumento non basta
Il Rapporto Aran lo mostra con chiarezza, anche se usa un linguaggio prudente: le retribuzioni crescono, ma restano sotto l’inflazione. Tradotto in termini meno tecnici: chi lavora in sanità oggi guadagna nominalmente di più, ma vive peggio di prima.
E questo dato pesa ancora di più se si considera che parliamo di un settore:
- ad alta responsabilità;
- con turni irregolari;
- con un carico emotivo e professionale elevato;
- e con crescenti difficoltà nel trattenere personale.
Ma tutto questo, nel Rapporto, resta sullo sfondo. Perché dal punto di vista contabile i numeri tengono. E quando i numeri tengono, il sistema può permettersi di non fare domande scomode.
Equilibrio contabile, fragilità reale
Il Rapporto Aran fotografa un sistema che funziona bene su ciò che sa misurare:
- misura gli aumenti;
- monitora l’inflazione;
- analizza i territori.
Ma non entra nel tema centrale: la sostenibilità umana del lavoro pubblico, soprattutto in sanità.
Un sistema può essere:
- in equilibrio contabile;
- formalmente equo;
- tecnicamente corretto.
E allo stesso tempo essere in crisi strutturale. Non è una contraddizione. È una conseguenza.
Il vero nodo: la governance
A questo punto la conclusione è inevitabile: il problema non è quanto si spende, ma come si governa il sistema.
Perché se le risorse aumentano e i contratti vengono rinnovati, i conti restano in ordine, ma:
- il potere d’acquisto cala;
- le disuguaglianze territoriali aumentano;
- la sanità diventa sempre meno attrattiva.
Allora il nodo non è la quantità di denaro, ma le scelte che lo accompagnano. La governance guarda agli indici. Le persone diventano una variabile secondaria.
Quando il conto arriva
Il Rapporto ARAN non lancia allarmi. Non è il suo compito. Ma i dati raccontano comunque una storia chiara: si può mantenere un sistema in equilibrio per anni, finché qualcuno regge il peso che i numeri non mostrano.
L a sanità italiana oggi regge così. Con conti in ordine. E persone sempre più sotto pressione.E come spesso accade, il conto non arriva nei bilanci. Arriva nei reparti. Nelle dimissioni. Nella disaffezione. E quando arriva, non guarda se gli indici erano buoni.
Guido Gabriele Antonio
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