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Rette, DRG e tariffe nella sanità privata accreditata e convenzionata: il rinnovo dei Contratti, un percorso di analisi dal 2023 a oggi

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Contratto sanità privata: l’apertura di Aiop-Aris e la fiducia dei sindacati
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Ci sono percorsi professionali in sanità che si costruiscono per accumulo di esperienze diverse, ciascuna delle quali lascia un metodo, uno sguardo, una consapevolezza. Il mio, in oltre 35 anni di professione infermieristica, è passato dal diploma infermieristico alla laurea di primo livello, fino al master universitario da coordinatore.

Nel mezzo, un mosaico di ambiti operativi raro in una sola carriera: ospedali classificati, cliniche private, assistenza territoriale, coordinamento di una Residenza Sanitaria Assistenziale, emergenza territoriale 118, assistenza domiciliare integrata, e infine, da diversi anni, il sociosanitario accreditato.

È uno sguardo che permette di vedere la sanità italiana da ogni versante – l’acuzie ospedaliera, l’urgenza sul territorio, la cronicità residenziale, la fragilità della persona sola in casa – e da cui è nata, con gli anni, una passione specifica: quella per il mondo sociosanitario.

Un pianeta che si prende cura degli ultimi

Il sociosanitario è un pianeta a sé, con una logica di cura diversa da quella dell’acuzie: non l’intervento risolutivo e circoscritto, ma l’accompagnamento continuativo, spesso per anni, di persone che la società tende a rendere invisibili.

Mi riferisco all’anziano fragile e solo; alla persona con disabilità che necessita di un progetto di vita, non solo di un’assistenza; al bambino e all’adulto con autismo; al ragazzo con disturbi cognitivi; al paziente psichiatrico che ha bisogno di una comunità che lo accolga senza etichettarlo; a chi, dopo un evento acuto, ha davanti a sé un lungo percorso riabilitativo.

Curare gli ultimi, in questo senso, non è una formula retorica: è la descrizione esatta di un lavoro fatto di pazienza, competenza clinica e umanità, che ho scelto di raccontare e studiare, oltre che praticare.

Un tessuto di enti religiosi, terzo settore e imprenditoria storica

C’è un aspetto di questo mondo che raramente trova spazio nei tavoli tecnici su tariffe, rette e contratti: la maggior parte delle strutture sociosanitarie accreditate in Italia sono enti del terzo settore, enti religiosi o realtà imprenditoriali familiari attive da oltre trent’anni – in molti casi da oltre quaranta, talvolta da più di mezzo secolo – presidi radicati nel territorio, spesso più antichi delle stesse aziende sanitarie locali con cui oggi dialogano.

Penso a una struttura del mio territorio che dà lavoro a decine di ragazzi del posto, o a una Rsa di montagna che con trenta dipendenti è il principale datore di lavoro del Paese: in molte aree interne, dove i servizi pubblici si sono ritirati, queste strutture tengono insieme funzione assistenziale e funzione occupazionale. Chiuderle non significa solo perdere posti letto per pazienti fragili, ma accelerare lo spopolamento e la scomparsa di posti di lavoro qualificati.

Un elemento assente dai tavoli, presente nei miei lavori

Questa dimensione – sociale, occupazionale, territoriale – non compare quasi mai nelle discussioni su DRG, rette e rinnovo dei contratti, che restano giustamente concentrate sugli aspetti economici e normativi. Eppure dovrebbe pesare nella valutazione di cosa significhi sostenere – o lasciare indebolire – la rete sociosanitaria accreditata.

È per questo che nelle mie analisi e nei miei articoli ho sempre cercato di tenere insieme il rigore tecnico-normativo e questa dimensione umana e territoriale, nella convinzione che raccontare bene questo mondo significhi anche contribuire, nel proprio piccolo, a difenderlo.

Un riconoscimento parziale, non un punto di arrivo

Sono contento di constatare che le analisi, le posizioni e le motivazioni che ho pubblicato in questi anni su numerosi quotidiani online, e che ho trasmesso anche con una nota ufficiale alle istituzioni competenti, abbiano trovato una certa condivisione nell’incontro del 20 luglio, convocato dalla Conferenza delle Regioni con la partecipazione del Governo, delle organizzazioni sindacali e delle associazioni datoriali Aiop e Aris. Non più, come spesso è accaduto, una posizione solitaria.

Il principio dell’adeguamento DRG legato al rinnovo contrattuale, discusso in quella sede da tutte le parti, resta per ora un’ipotesi, non ancora un provvedimento: manca la traduzione in atti concreti, in tempi certi, in una cornice normativa che non affidi più l’aggiornamento tariffario a interventi episodici o a singole leggi di bilancio, come accaduto troppo spesso nell’ultimo decennio.

Auspico, inoltre, che la stessa logica venga estesa con pari determinazione a rette e tariffe del sociosanitario territoriale, non meno ferme dei DRG e non meno decisive per la sostenibilità delle strutture.

Continuerò a seguire questo percorso, scrivendo articoli e inviando note alle istituzioni a cui mi sono già rivolto, con lo stesso spirito con cui l’ho affrontato fin da prima del 2023: nell’interesse, in primis, dei pazienti fragili, poi dei lavoratori, e soprattutto per la tenuta di una rete accreditata che, specialmente nei territori più fragili, resta spesso l’unico presidio sociosanitario disponibile.

Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico

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