Un allarme che riguarda tutto il Paese
La crisi della professione infermieristica continua ad aggravarsi nelle strutture sanitarie pubbliche e nelle strutture accreditate convenzionate, a tal punto da rappresentare un tema che dovrebbe preoccupare l’intera politica nazionale e tutti i presidenti delle giunte regionali. Non si tratta più di una criticità circoscritta, ma di un dato che interessa l’intero Servizio sanitario nazionale, dal pubblico fino al sociosanitario accreditato.
Dimissioni volontarie, trasferimenti verso settori e strutture più remunerative o organizzate in modo più soddisfacente sul piano professionale, pensionamenti e una costante riduzione dei candidati ai corsi di laurea rischiano, nei prossimi anni, di mettere in seria difficoltà ospedali, strutture accreditate convenzionate, Rsa e l’intero comparto sociosanitario, con inevitabili ripercussioni sull’assistenza ai cittadini.
La professione sta attraversando una crisi profonda, che non si esaurisce nella sola difficoltà di reclutare nuovi infermieri, ma investe anche la capacità delle aziende sanitarie pubbliche e delle strutture accreditate convenzionate di trattenere i professionisti già in servizio. Sempre più spesso, infatti, anche infermieri con oltre 7/10 anni di servizio decidono di lasciare la struttura in cui hanno lavorato per anni, determinando la perdita di competenze ed esperienza difficilmente sostituibili.
A monte di tale fenomeno permangono rette, DRG e tariffe ambulatoriali fermi da anni e spesso non adeguati ai reali costi di gestione delle strutture: un nodo strutturale che merita di essere affrontato con pari priorità. Per questo occorre un impegno istituzionale concreto, a livello politico nazionale e regionale, capace di costruire una proiezione a cinque anni su quanti infermieri lasceranno il servizio e quanti ne serviranno.
Uno spaccato sul sociosanitario accreditato
Se il fenomeno ha carattere nazionale, esso assume nel comparto socio-sanitario accreditato – Rsa, residenze protette, poli di lungodegenza, strutture ex art. 26 L. 833/1978, centri per l’autismo – caratteristiche proprie, che meritano un approfondimento specifico.
I contratti collettivi Aris Rsa e Aiop Rsa sono fermi da 14 anni. Il comparto conta oltre 15 Ccnl differenti, con tabelle retributive e orari disomogenei: 38 ore settimanali contro le 36 del pubblico. Ne derivano diritti diversificati tra pubblico e privato e tra gli stessi gestori privati, con una concorrenza al ribasso che si scarica sulle condizioni di lavoro.
Le dotazioni organiche, calcolate su schede sinottiche talvolta risalenti nel tempo, risultano spesso formalmente conformi ma non commisurate ai reali carichi assistenziali. In un reparto di riabilitazione o in una struttura ex art. 26, due infermieri e due oss possono trovarsi a gestire oltre venti pazienti con quadri complessi – esiti di frattura, ictus, Sla, Peg, cateteri, sondini.
In questo contesto, il supporto infermieristico agli oss, se reiterato nel tempo, tende a consolidarsi in prassi consuetudinaria, sino a tradursi in una forma indiretta – e non sempre esplicitamente riconosciuta – di demansionamento del personale infermieristico. Un fenomeno che merita di essere letto non come problema individuale, ma come indicatore di sistema, e che genera all’ingresso di nuovo personale dinamiche di equipe non sempre lineari.
Un punto distinto, ma correlato, riguarda le modalità di nomina dei coordinatori. Nel comparto pubblico l’accesso a tali funzioni avviene generalmente tramite avvisi e concorsi interni, con criteri che valorizzano titoli, pubblicazioni, percorsi formativi ed esperienze maturate in più strutture, unitamente all’anzianità di servizio.
Nel privato accreditato tale prassi risulta meno diffusa: le nomine sono talvolta disposte direttamente dalle amministrazioni e, laddove si proceda con avvisi interni, il criterio dell’anzianità tende a prevalere su altri elementi valutativi. Estendere anche al settore privato criteri di selezione analoghi a quelli del pubblico appare un’ipotesi di lavoro utile a rafforzare la qualità del governo delle risorse umane.
A ciò si aggiunge una compressione retributiva che merita attenzione: la retribuzione netta di un infermiere può attestarsi intorno ai 1.350-1.400 euro mensili, un valore talvolta sovrapponibile a quello di altre figure professionali del comparto, anche impegnate su turnazioni distribuite sulla sola fascia diurna. I Ccnl del socio-sanitario privato, inoltre, non prevedono indennità di rischio e di specificità infermieristica, a differenza del comparto pubblico.
L’apertura di ospedali e case di comunità in numerose Regioni ha inoltre avviato una stagione di avvisi pubblici cui aderiscono anche infermieri già stabilizzati nel privato accreditato, talvolta disponibili a dimettersi per incarichi di tre-sei mesi: un indicatore riconducibile anche a rette ferme da oltre dodici anni in alcune Regioni e a un mancato adeguamento di DRG e tariffe ambulatoriali.
Elementi per un percorso condiviso
Pur riconoscendo le difficoltà economiche di Aris, Aiop, Uneba, Agidae e cooperative sociali, appare necessario un impegno su più fronti:
- rinnovo dei Ccnl Aris Rsa e Aiop Rsa;
- un patto contro il dumping contrattuale tra le sigle datoriali;
- aggiornamento scientifico delle dotazioni organiche;
- istituzione di funzioni infermieristiche dedicate al governo del personale;
- criteri più strutturati e trasparenti per la nomina dei coordinatori, analoghi a quelli del pubblico.
È inoltre necessario interrogarsi, con la stessa serietà istituzionale richiamata a livello nazionale, se sia sostenibile che intere porzioni di contratto restino ferme da 14 anni mentre il costo della vita continua a crescere. Sono questi i temi che meritano attenzione pubblica, al pari del caro benzina, del caro gas, della pressione fiscale e del costo della spesa quotidiana: argomenti concreti che incidono sulla vita delle persone, comprese quelle che ogni giorno si prendono cura dei cittadini più fragili.
Una cura che non conosce confini di sigla
Al di là delle sigle e degli acronimi che scandiscono questo settore – Ssn, Aris, Aiop, Ccnl – resta un dato semplice e universale: negli ospedali come nelle strutture accreditate e convenzionate, ogni giorno, qualcuno si prende cura di chi è fragile. È la stessa mano che esegue una medicazione in un reparto pubblico e in una Rsa, la stessa attenzione che monitora un parametro vitale, la stessa pazienza che accompagna un anziano o un malato cronico nel tempo che gli resta.
I professionisti che lavorano bene, in un contesto che li rispetti, raramente desiderano andarsene: restano dove si sentono riconosciuti e messi in condizione di esercitare la propria professione con dignità. Per questo occorre costruire un sistema realmente unico, capace di garantire, dal pubblico al privato accreditato, le stesse regole su aggiornamento professionale, diritti, congedi, permessi, retribuzioni e ferie.
Ne va della funzionalità degli ospedali quanto di quella delle strutture accreditate e convenzionate, un’unica rete di cura che non può permettersi differenze di trattamento tra chi lavora, fianco a fianco, per lo stesso fine. La carenza infermieristica rischia di trasformarsi da emergenza congiunturale in condizione permanente: le retribuzioni povere e la disparità dei diritti restano il primo, vero nodo da sciogliere.
Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico
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