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Quando un sistema sanitario ha bisogno dei settantenni

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In Italia riusciamo sempre a discutere della cosa sbagliata. Un medico ultrasettantenne che guadagna 35.000 euro in un mese diventa subito il centro della polemica: cifre, indignazione, commenti, discussioni infinite.

Ma la vera domanda è un’altra: perché un sistema sanitario nel 2026 ha ancora bisogno di medici di 70 anni per coprire i turni? Perché se un professionista che dovrebbe essere serenamente in pensione diventa improvvisamente indispensabile, il problema non è lui. Il problema è il sistema che non ha costruito abbastanza futuro.

Un sistema sanitario sano vive di ricambio generazionale: i professionisti più anziani trasmettono esperienza, i giovani prendono il testimone e la macchina continua a funzionare. Quando invece il sistema richiama chi dovrebbe aver già chiuso la carriera significa che qualcosa si è inceppato molto prima. E non ieri, ma negli ultimi vent’anni.

Nel frattempo molti giovani medici hanno scelto altre strade, alcuni reparti sono diventati sempre meno attrattivi, i carichi di lavoro sono aumentati e la programmazione è stata spesso più politica che sanitaria. Così accade il paradosso: il sistema si regge su chi avrebbe già diritto a fermarsi. Non è una colpa del medico che accetta, perché chiunque al suo posto farebbe le proprie valutazioni.

Il punto non è lo stipendio del singolo. Il punto è che, se quel medico non ci fosse, probabilmente quel reparto resterebbe scoperto, e questo dovrebbe preoccuparci molto più di qualsiasi polemica. Perché quando una sanità ha bisogno dei settantenni per restare in piedi, il problema non è l’età di chi lavora, ma dove sono finiti i trentenni e chi si è dimenticato di costruire il sistema che avrebbe dovuto accoglierli.

Guido Gabriele Antonio

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