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Puglia, i concorsi ripartono. Le assunzioni, invece, devono ancora chiedere il permesso

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L’assessore Pentassuglia annuncia procedure entro la fine dell’anno, mobilità senza stop e nuovi Piani del fabbisogno entro il 15 settembre. È un cambio di direzione importante, ma tra una prova concorsuale e un infermiere realmente presente in reparto esistono ancora autorizzazioni, vincoli di spesa e un disavanzo che potrebbero allungare la strada.

In Puglia assumere è necessario. Finalmente lo dice anche la politica. Adesso resta soltanto da capire se sarà consentito farlo all’amministrazione. L’assessore regionale alla Sanità, Donato Pentassuglia (foto), ha annunciato che i concorsi dovrebbero svolgersi entro la fine del 2026, che la mobilità intraregionale non verrà bloccata e che le aziende sanitarie stanno preparando i nuovi Piani triennali del fabbisogno da presentare entro il 15 settembre.

Ha inoltre pronunciato una frase che nei servizi sanitari pugliesi dovrebbe essere affissa accanto ai piani delle attività: “Le prestazioni aggiuntive possono essere utili, ma non possono diventare la norma”. Il principio è difficilmente contestabile. Un sistema con carenze strutturali non può essere mantenuto attraverso il continuo ricorso alle ore ulteriori del personale già in servizio. Non si risolve la mancanza di professionisti consumando più rapidamente quelli rimasti.

Le dichiarazioni dell’assessore segnano quindi un passaggio politico importante. Dopo settimane di indiscrezioni su blocchi, rinvii e possibili slittamenti, la Regione prova a rassicurare candidati e dipendenti: le procedure continueranno e la mobilità non dovrebbe essere sacrificata sull’altare del riequilibrio finanziario. Ma in sanità una dichiarazione non è ancora un’assunzione.

Tra l’annuncio di un concorso e la presenza di un infermiere in reparto esistono il Piano del fabbisogno, l’autorizzazione regionale, la copertura economica, lo svolgimento delle prove, l’approvazione della graduatoria, la scelta dell’azienda, l’accettazione del candidato e la firma del contratto. È un percorso amministrativo normale. Diventa un problema quando ogni passaggio viene utilizzato per rinviare quello successivo.

Il quadro definito dalla stessa Regione Puglia nel giugno scorso rimane rigoroso. Le assunzioni collegate alle procedure già avanzate possono procedere in presenza di una corrispondenza finanziaria con le cessazioni e comunque previa autorizzazione del Dipartimento Salute. Quando il turnover non è sufficiente, le aziende devono dimostrare che i nuovi ingressi siano indispensabili per garantire i livelli essenziali di assistenza. Per le nuove procedure è necessaria un’ulteriore autorizzazione preventiva.

Il sistema, dunque, non è formalmente bloccato. È sottoposto a una serie di semafori, tutti controllati dalla stessa struttura regionale chiamata contemporaneamente a garantire i servizi e contenere la spesa. Il rischio è evidente: il concorso può svolgersi, la graduatoria può essere approvata e il personale può continuare a mancare.

Per questo la promessa di concludere le procedure entro l’anno deve essere accompagnata da un cronoprogramma pubblico. Non basta comunicare quando si terranno le prove. Bisogna chiarire quando si prevede di approvare le graduatorie, quante assunzioni saranno autorizzate, in quali aziende verranno distribuite e quando avverranno le prese di servizio.

La sanità non migliora con il numero delle persone collocate in graduatoria. Migliora quando quelle persone entrano nei reparti, nei distretti, nell’assistenza domiciliare e nei servizi territoriali. Particolarmente delicata è la questione dei Piani del fabbisogno. Entro il 15 settembre le aziende dovrebbero consegnare la nuova programmazione. Sarà quello il primo vero banco di prova.

Il fabbisogno non può essere una semplice ricognizione dei posti vacanti nella dotazione organica storica. Deve partire dai servizi che la Regione intende realmente garantire, dagli standard assistenziali, dall’età del personale, dai pensionamenti attesi, dalle assenze prolungate, dalle dimissioni, dal ricorso allo straordinario e dalle prestazioni aggiuntive necessarie per tenere aperte le attività.

Se un reparto funziona soltanto perché gli infermieri rientrano nei giorni di riposo, il fabbisogno formalmente coperto è una rappresentazione contabile, non una fotografia dell’organizzazione. Lo stesso vale per il territorio. Case della comunità, assistenza domiciliare, centrali operative e infermieristica di famiglia non possono essere finanziate soltanto come strutture o progetti. Richiedono personale dedicato. Se gli organici vengono calcolati unicamente per conservare l’esistente, ogni nuova funzione territoriale finirà per sottrarre professionisti ai servizi già in difficoltà.

La frase pronunciata da Pentassuglia sulle prestazioni aggiuntive riconosce indirettamente questo problema. Pagare attività ulteriori può consentire di superare una fase critica, ridurre temporaneamente una lista d’attesa o coprire una particolare necessità. Quando diventa il modello ordinario, però, segnala che l’organizzazione sta acquistando disponibilità aggiuntiva dagli stessi lavoratori che dichiara insufficienti.

È una soluzione che aumenta la produzione nel breve periodo ma può peggiorare la sostenibilità nel medio periodo. Il personale accumula fatica, la conciliazione tra vita e lavoro si riduce e l’azienda diventa ancora meno attrattiva. Si risponde alla carenza chiedendo più lavoro a chi già la subisce.

Anche la mobilità intraregionale merita trasparenza. Consentire ai professionisti di avvicinarsi al proprio territorio può favorire permanenza, motivazione e stabilità. Ma la procedura deve essere governata senza creare nuove scoperture incontrollate nelle aziende di provenienza e senza corsie parallele fondate su comandi, assegnazioni provvisorie o soluzioni individuali.

La mobilità deve essere una politica regionale del personale, non una gara tra aziende per trattenere o sottrarre professionisti. La Puglia si trova davanti a un equilibrio complesso. Deve ridurre il disavanzo senza ridurre ulteriormente la capacità assistenziale. Deve assumere personale senza perdere il controllo della spesa. Deve completare i concorsi, gestire le stabilizzazioni, consentire la mobilità e costruire contemporaneamente i servizi previsti dalla riforma territoriale.

Proprio perché la situazione è complessa, gli annunci devono diventare misurabili. Entro la fine dell’anno dovrebbe essere possibile conoscere almeno quattro elementi: il numero delle procedure concluse, il numero delle assunzioni autorizzate, la distribuzione per azienda e profilo e la data prevista per le prese di servizio. Andrebbero inoltre pubblicati i tempi medi intercorsi tra autorizzazione, graduatoria e assunzione.

Sono dati semplici, ma permetterebbero di distinguere il reclutamento amministrativo dal rafforzamento reale degli organici. Pentassuglia ha ragione: è bene assumere le persone. Ma il problema della sanità pugliese non è più dimostrare teoricamente che il personale serva. Lo dimostrano i turni scoperti, le prestazioni aggiuntive, le liste d’attesa, le difficoltà dei servizi territoriali e la continua richiesta di disponibilità rivolta a chi è già in servizio.

Il problema è decidere quante persone assumere, dove collocarle, con quali risorse e in quali tempi. I concorsi entro dicembre rappresenterebbero un risultato. Non possono però diventare il traguardo comunicativo oltre il quale rinviare ancora le assunzioni. Una graduatoria non misura la capacità assistenziale di un sistema regionale. Misura soltanto quante persone potrebbero essere chiamate.

Il vero risultato arriverà quando infermieri, oss e professionisti sanitari prenderanno servizio e le prestazioni aggiuntive torneranno a essere ciò che dovrebbero essere: uno strumento eccezionale, non il personale mancante trasformato in ore straordinarie. Perché in Puglia i concorsi possono anche ripartire, ma ai cittadini interessa soprattutto che, alla fine del percorso, ripartano i servizi.

Guido Gabriele Antonio

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