La riforma prevista dal DM 77/2022 rappresenta una delle più significative trasformazioni del Servizio sanitario nazionale degli ultimi decenni. Case di comunità, ospedali di comunità, centrali operative territoriali e potenziamento dell’assistenza domiciliare nascono per rispondere all’invecchiamento della popolazione, alla crescita delle patologie croniche e alla necessità di garantire continuità assistenziale tra ospedale e territorio. Si tratta di una scelta strategica che merita sostegno, a condizione che sia accompagnata da una riflessione seria sulle condizioni necessarie alla sua piena attuazione.
Il dibattito si è finora concentrato sui target del Pnrr e sul numero delle strutture. Un elemento altrettanto rilevante riguarda la disponibilità delle risorse umane. Un dato della Fondazione GIMBE del luglio 2025 è eloquente: a dicembre 2024, su oltre mille case di comunità previste, solo il 4,4% del totale disponeva di personale medico e infermieristico. Senza professionisti, le strutture rischiano di rimanere contenitori privi di contenuto assistenziale reale.
Segnali concreti di questa criticità emergono già dalle prime fasi attuative. L’Asst Brianza ha affidato la gestione degli ospedali di comunità di Giussano e Limbiate a società private con un contratto di 35 milioni di euro della durata di nove anni. L’Asst Lecco ha bandito una gara europea analoga per gli ospedali di comunità di Merate e Introbio.
Questi casi, letti nel loro contesto, non costituiscono scelte necessariamente censurabili: di fronte alla carenza di personale e alle scadenze del Pnrr, l’affidamento esterno può rappresentare una soluzione di breve periodo. Ciò che il dibattito istituzionale è chiamato a valutare è se tali soluzioni, nate come temporanee, non rischino di consolidarsi nel tempo, modificando strutturalmente la governance dei nuovi servizi territoriali pubblici.
Vale la pena interrogarsi su una questione di fondo che la programmazione sanitaria non ha ancora affrontato con sufficiente profondità. Le strutture sociosanitarie accreditate operano sul territorio nazionale da oltre mezzo secolo. Rsa, centri di riabilitazione ex art. 26 della Legge 833/1978, residenze protette e strutture per la disabilità hanno costruito nel tempo un patrimonio di competenze, modelli organizzativi e reti professionali che rappresenta una risorsa reale del Servizio sanitario nazionale.
Queste strutture garantiscono già oggi ciò che le case di comunità e gli ospedali di comunità si propongono di costruire: presenza medica, infermieristica e assistenziale continuativa h24, con équipe multiprofessionali composte da fisiatri, geriatri, cardiologi, foniatri, dietisti, psicologi, psichiatri e assistenti sociali. Una programmazione lungimirante avrebbe potuto – e potrebbe ancora – valorizzare questo patrimonio attraverso una riconversione programmata dei posti letto esistenti, adeguando le strutture accreditate alle funzioni previste dal DM 77/2022, anziché costruire parallelamente una rete nuova con organici ancora da definire e costi del personale non coperti dal finanziamento Pnrr.
Il futuro della sanità territoriale si costruisce valorizzando e mettendo in rete le professionalità, le esperienze e i servizi già radicati nei territori. È su questo terreno che si misurerà la reale portata di una riforma che può rappresentare una grande opportunità per il Paese. A condizione che sia accompagnata da un investimento serio nelle persone, nelle competenze e nell’integrazione tra tutte le componenti della rete assistenziale.
Domenico Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico
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