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Mancano infermieri? Nessun problema: importiamo “soluzioni”

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Ceccarelli (Coina): "Infermieri in servizio fino a 70 anni per contrastare la carenza di personale? Soluzione pericolosa e paradossale"
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Quando mancano gli infermieri le strade sono sempre due. La prima è quella più complessa, quella che richiede tempo, investimenti e soprattutto visione: migliorare le condizioni di lavoro, rendere la professione attrattiva, riconoscere davvero il valore di chi ogni giorno tiene in piedi i reparti. La seconda, invece, è molto più semplice. Più veloce. Più comoda. Ed è quella che puntualmente viene scelta: aggirare il problema.

Perché se mancano gli infermieri, invece di chiedersi perché sempre meno persone scelgono questo lavoro, si preferisce cercare altrove. In fretta, possibilmente senza troppi ostacoli, con l’urgenza che giustifica tutto. Anche il fatto che i controlli, a un certo punto, possano diventare un dettaglio. E così la questione cambia natura. Non si parla più di costruire una professione, ma di sostituirla. Non si lavora su un progetto, ma su una soluzione immediata.

Il paradosso è evidente. Da una parte si continua a parlare di qualità dell’assistenza, di sicurezza delle cure, di tutela dei pazienti. Dall’altra si apre alla possibilità di inserire personale senza un sistema realmente solido di verifica delle competenze. Come se il problema fosse semplicemente coprire un turno. Come se la sanità fosse una catena da tenere attiva, indipendentemente da chi la fa funzionare.

Ma la sanità non è questo. Non è un ingranaggio da riempire. È responsabilità. È competenza. È relazione. E allora la domanda diventa inevitabile: davvero la soluzione alla carenza è abbassare l’asticella? Perché il messaggio che passa è chiaro, ed è anche pericoloso. A chi già lavora dentro il sistema si dice, implicitamente, che non serve valorizzarlo. Che può essere sostituito. Che il problema non è trattenerlo, ma rimpiazzarlo. E questo non è solo un errore strategico. È un segnale culturale.

Perché quando un sistema smette di investire sulle proprie basi, smette anche di costruire futuro. E inizia a vivere di soluzioni temporanee. Di scorciatoie. Di emergenze gestite una alla volta. Il rischio, però, è che queste scorciatoie diventino la normalità. Che il modello non sia più quello di rafforzare, ma quello di adattarsi.

E adattarsi, in sanità, significa spesso abbassare la qualità senza dichiararlo. Fino a quando il sistema continua a reggere, tutto sembra funzionare. Ma il conto arriva sempre. Solo che non lo paga chi decide. Lo paga chi lavora dentro quel sistema. E soprattutto lo paga chi, prima o poi, ne avrà bisogno.

Guido Gabriele Antonio

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