Le nuove lauree magistrali cliniche per infermieri sono state presentate come una svolta. Un traguardo importante. Un salto di qualità nella formazione universitaria e nel riconoscimento professionale. Dopo anni di dibattito, il Governo ha dato il via libera ai decreti attuativi, aprendo alla possibilità di percorsi specialistici avanzati in ambiti come le cure primarie, l’area critica e l’assistenza pediatrica.
È un passaggio atteso. È un segnale di evoluzione. Ma ogni evoluzione va compresa fino in fondo. Le magistrali cliniche assomigliano a una patente di guida di categoria superiore. Non la patente standard, ma quella che abilita a condurre mezzi più complessi, più pesanti, più articolati. Una certificazione che dice: sei formato per gestire qualcosa di più.
La domanda non è se sia giusto introdurla. La domanda è: quali mezzi stiamo preparando per chi la conseguirà? Perché una patente di livello superiore ha senso se esistono veicoli diversi da guidare. Se l’organizzazione prevede ruoli distinti, responsabilità chiare, autonomia definita. Se il sistema è strutturato per accogliere quella competenza. Altrimenti il rischio è evidente: si rilascia una nuova abilitazione per continuare a guidare lo stesso mezzo, sulla stessa strada, con gli stessi limiti.
Le magistrali cliniche aprono a competenze avanzate, anche in prospettiva prescrittiva. Ma la programmazione sanitaria è pronta a integrare questi profili nei modelli organizzativi regionali? I contratti sono pronti a riconoscerne il valore? Le aziende sanitarie hanno definito dove e come questi professionisti opereranno? Il punto non è frenare la crescita formativa. È chiedersi se la crescita accademica stia viaggiando alla stessa velocità dell’evoluzione organizzativa.
In molti Paesi europei esistono figure di pratica avanzata con competenze definite, autonomia riconosciuta, responsabilità regolamentate. L’Italia oggi sembra voler intraprendere quella strada. Ma una strada non si percorre con un decreto soltanto. Serve chiarezza su funzioni, collocazione, integrazione multiprofessionale. Serve una revisione coerente degli assetti contrattuali. Serve una pianificazione del fabbisogno che eviti squilibri tra specializzazione e copertura dei servizi di base.
Una patente di categoria superiore non cambia automaticamente il traffico. Non allarga le corsie. Non modifica il codice della strada. Può però indicare una direzione. La vera questione è capire se il sistema sanitario stia semplicemente aggiornando i titoli, oppure se stia davvero ripensando il modo in cui si guida l’assistenza.
Perché se il veicolo resta lo stesso, con lo stesso motore e la stessa destinazione, il rischio è che la nuova patente diventi un simbolo più che uno strumento. E una riforma simbolica, in un sistema già sotto pressione, è un lusso che forse non possiamo permetterci.
Guido Gabriele Antonio
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