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L’infermiere evita complicanze, l’assicurazione risparmia. Ma nel premio non se ne accorge nessuno

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Un editoriale pubblicato su Cureus propone di collegare il costo delle polizze sanitarie alla qualità dell’assistenza, allo staffing infermieristico e ai risultati dei percorsi clinici. Tra gli autori, Giuseppe Fumai: “Bisogna assicurare il valore, non limitarsi a pagare le perdite”.

Le assicurazioni sanitarie private calcolano il premio osservando età, condizioni dell’assicurato, probabilità di malattia e storico dei rimborsi. Misurano con precisione quanto è già costato un ricovero, ma molto meno quanto la qualità dell’assistenza possa evitare che quel costo si produca. Una complicanza diventa una richiesta di rimborso, una riammissione diventa un’altra spesa e una giornata di degenza non necessaria diventa una voce nel conto. Tutto viene pagato. Quasi niente viene collegato al modo in cui le cure sono state organizzate.

Da questa contraddizione nasce l’editoriale “Insuring Value, Not Loss: Nursing Care, Accreditation, and Care-Pathway Performance in the Pricing of Private Health Insurance in Europe”, pubblicato il 24 agosto 2026 su Cureus. Il lavoro è firmato da Angela Greco, Giuseppe Fumai, Verdiana La Grotta, Gianluca Laricchia e Giuseppe Colonna.

La proposta è semplice e, proprio per questo, abbastanza scomoda: le assicurazioni non dovrebbero valutare soltanto il rischio dell’assicurato, ma anche la qualità delle strutture nelle quali finanziano le cure. Perché un ospedale con un adeguato numero di infermieri, percorsi clinici efficaci e standard organizzativi verificati non produce gli stessi rischi di uno nel quale il personale è insufficiente e i processi vengono affidati alla buona volontà del turno.

Tra gli ideatori del modello figura Giuseppe Fumai, infermiere impegnato nel miglioramento della qualità e corresponding author della pubblicazione. Il punto sostenuto da Fumai e dagli altri autori è netto: bisogna iniziare a riconoscere economicamente il valore generato dall’assistenza infermieristica, invece di contabilizzarla soltanto come costo. Oggi il premio assicurativo assorbe le perdite provocate dalla cattiva assistenza, ma non premia in modo strutturato le condizioni organizzative capaci di prevenirle.

Le evidenze richiamate nell’editoriale mostrano perché il tema non possa essere liquidato come una rivendicazione professionale. Uno studio europeo su oltre 422mila pazienti chirurgici ha associato ogni paziente aggiuntivo nel carico di un infermiere a un aumento del 7% delle probabilità di morte entro trenta giorni.

Un incremento del 10% della presenza di infermieri con formazione universitaria è stato invece associato a una riduzione del 7%. Si tratta di associazioni osservazionali e non della dimostrazione automatica di un rapporto causale, ma il messaggio organizzativo è difficile da ignorare: tagliare sul personale può ridurre una spesa immediata e aumentare tutto ciò che viene pagato dopo.

Lo stesso principio riguarda i percorsi clinico-assistenziali. La revisione Cochrane citata dagli autori, aggiornata nel 2025, ha rilevato che i percorsi strutturati possono ridurre le complicanze ospedaliere dal 17% al 10% e accorciare la degenza di circa 1,1 giorni. Complicanze e giornate di ricovero non sono concetti astratti: sono costi. Eppure il sistema assicurativo continua spesso a rimborsare le conseguenze senza chiedersi abbastanza come siano state prodotte. Una forma di precisione contabile molto particolare: si misura perfettamente la perdita, purché nessuno domandi se fosse evitabile.

Il modello proposto comprende cinque aree: dotazione e formazione degli infermieri; performance dei percorsi assistenziali; accreditamento e requisiti di qualità; traduzione economica degli esiti infermieristici; trasparenza dei criteri utilizzati. Le assicurazioni potrebbero valutare periodicamente questi elementi nelle strutture convenzionate e usarli per modulare i premi, premiando organizzazioni capaci di ridurre complicanze, degenze inappropriate e riammissioni.

Gli autori non presentano il modello come una tariffa già pronta. È una proposta euristica che richiede sperimentazione, validazione attuariale e confronto con i dati reali delle compagnie. Servono inoltre garanzie contro comportamenti opportunistici e contro il rischio di penalizzare strutture che assistono popolazioni più fragili, disponendo di minori risorse. Riconoscere questi limiti rafforza la proposta: non si vende una soluzione miracolosa, ma si apre un campo di ricerca finora largamente trascurato.

Il lavoro di Fumai e colleghi pone quindi una questione che supera il settore assicurativo. Perché l’assistenza infermieristica continua a essere classificata come costo anche quando genera esiti, evita complicanze e riduce giornate di ricovero? La risposta è probabilmente semplice: ciò che non viene tradotto in indicatori economici resta professionalmente importante, ma finanziariamente invisibile.

Da anni diciamo che gli infermieri producono valore. Questo editoriale prova a compiere il passaggio successivo: indicare dove misurarlo e come inserirlo nei meccanismi economici. Perché salvare una giornata di degenza è assistenza; evitare una complicanza è qualità; ridurre una riammissione è sicurezza. Ma quando bisogna decidere investimenti e premi assicurativi, improvvisamente diventano tutte coincidenze.

Guido Gabriele Antonio

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