La libera professione infermieristica è una scelta consapevole o una necessità imposta da stipendi e condizioni di lavoro insufficienti? Tra pubblico e privato, dipendenti e partita Iva, il dibattito divide la professione e mette in luce le contraddizioni di un sistema che fatica a trattenere i suoi professionisti.
C’è un’espressione che negli ultimi anni circola sempre più spesso tra gli infermieri. Viene pronunciata con entusiasmo, sospetto o rassegnazione, a seconda di chi parla: libera professione.
Per alcuni è libertà. Per altri è fuga. Per altri ancora è l’unico modo per far quadrare i conti senza cambiare mestiere. La domanda, però, resta sospesa e raramente affrontata fino in fondo: è davvero una scelta o è diventata una necessità travestita da opportunità?
La narrazione ufficiale: “sei libero di scegliere”
La versione elegante dice così: la libera professione amplia le possibilità, valorizza le competenze, offre autonomia. Ed è vero. Sulla carta.
Nella realtà, sempre più infermieri arrivano alla partita Iva non per vocazione imprenditoriale, ma per sopravvivenza economica. Non perché sognavano fatture e contributi, ma perché lo stipendio da dipendente non basta più a reggere inflazione, carichi e vita privata. La libertà, quando nasce dalla mancanza di alternative, assomiglia molto a un obbligo ben confezionato.
Pubblico vs privato: la guerra tra poveri
Qui scatta il derby. Da un lato chi resta nel pubblico: “Noi garantiamo continuità, reggiamo i reparti, teniamo in piedi il sistema”. Dall’altro chi lavora in libera professione: “Noi siamo pagati per quello che facciamo, senza straordinari gratis.”
Due mondi che si guardano con sospetto, mentre il problema vero resta sullo sfondo: un sistema che spinge a dividersi invece di trattenere. Nel frattempo, il pubblico perde pezzi. Il privato seleziona. E l’infermiere diventa una variabile di mercato.
Dipendente vs partita Iva: professionisti o categorie morali?
Il dibattito si fa rapidamente morale. Il dipendente è “affidabile”. Il libero professionista è “opportunista”. Oppure, a parti invertite: il dipendente è “sfruttato”; il libero professionista è “finalmente libero”.
Etichette comode, che evitano una domanda più scomoda: perché una professione di cura costringe a scegliere tra stabilità e dignità economica? Se la libera professione cresce non è perché tutti vogliono essere imprenditori. È perché qualcosa, nel lavoro dipendente, non funziona più.
Il vincolo di esclusività: controllo o tutela?
E poi c’è lui, il grande convitato di pietra: il vincolo di esclusività. Derogato, prorogato, rimandato. Mai risolto. Ti concedo di lavorare fuori, ma solo per ora. Ti lascio libero, ma con riserva. Ti autorizzo, ma non ti riconosco davvero.
Un equilibrio sottile, che mantiene il controllo senza affrontare il nodo centrale: se sempre più infermieri cercano altro, forse il problema non è la loro fedeltà, ma le condizioni che offri.
Conclusione
La libera professione non è il nemico. Ma nemmeno la soluzione magica. È uno specchio. E quello che riflette non è sempre rassicurante.
Perché quando una professione di cura deve moltiplicare i lavori per restare sostenibile, la domanda non è ideologica. È pratica: stiamo scegliendo liberamente la libera professione… o stiamo semplicemente adattandoci a un sistema che non riesce più a trattenere i suoi infermieri?
Guido Gabriele Antonio
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