Per anni abbiamo detto che il problema della sanità italiana fosse l’ospedale troppo pieno e il territorio troppo vuoto. Poi è arrivato il Pnrr. Sono arrivati i finanziamenti. Sono arrivate le case di comunità. E finalmente abbiamo avuto l’impressione che qualcosa si stesse muovendo davvero. Ma oggi che molte di quelle strutture stanno prendendo forma, emerge una domanda che nessuno sembra voler affrontare fino in fondo: chi ci lavorerà dentro?
Perché una casa di comunità non è un edificio. Non è una targa all’ingresso. Non è un’inaugurazione con le fotografie e i comunicati stampa. Le case di comunità esistono soltanto se dentro ci sono professionisti, competenze, organizzazione e cittadini che trovano risposte ai propri bisogni. Altrimenti rischiano di diventare splendide scatole vuote. E il rischio non è teorico. È già davanti ai nostri occhi.
La riforma della medicina generale si è fermata. I medici di famiglia continuano a diminuire. Gli infermieri territoriali sono ancora numericamente insufficienti. Il personale amministrativo scarseggia. Eppure continuiamo a parlare delle case di comunità come se il problema fosse soltanto costruirle. È un po’ come acquistare decine di autobus nuovi senza aver assunto gli autisti. Gli autobus esistono. Il servizio no.
Il punto è che la sanità territoriale non si costruisce con il cemento, ma con le persone. E qui emerge forse il più grande equivoco degli ultimi anni. Abbiamo investito moltissimo nelle infrastrutture e molto meno nella definizione dei modelli organizzativi che dovrebbero abitarle. Chi prende in carico il paziente cronico? Chi coordina i percorsi assistenziali? Chi segue le fragilità? Chi garantisce continuità tra ospedale e territorio? Sono domande che precedono qualsiasi inaugurazione.
In questo scenario la professione infermieristica potrebbe rappresentare una delle risposte più concrete. Non perché debba sostituire altre figure professionali, ma perché in tutti i sistemi sanitari moderni gli infermieri di famiglia e comunità costituiscono uno dei principali punti di riferimento per la gestione della cronicità, della prevenzione e della continuità assistenziale. Eppure in Italia continuiamo spesso a considerarli un’aggiunta facoltativa anziché una componente strutturale del modello.
Forse la vera sfida non è costruire altre case di comunità. Forse la vera sfida è riempirle di contenuti, professionisti e responsabilità. Perché una struttura sanitaria senza un modello organizzativo è soltanto un edificio. E la sanità italiana, dopo aver costruito i muri, dovrà prima o poi decidere cosa fare di ciò che ha costruito.
Guido Gabriele Antonio
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