C’è una parola che, in sanità, viene usata sempre con grande eleganza: “proroga”. Suona tecnica, neutra, quasi rassicurante. In realtà significa una cosa molto semplice: non sappiamo come uscirne, quindi allunghiamo.
Allungare l’età lavorativa fino a 72 anni viene presentato come valorizzazione dell’esperienza, come scelta volontaria, come risposta temporanea a una carenza strutturale. Tutto molto ordinato, tutto molto logico. Sulla carta. Poi c’è la corsia.
La biologia non è un’opinione
Il primo problema della proroga è che ignora un dettaglio fastidioso: il corpo umano. Perché si può anche lavorare a lungo, ma non tutti i lavori invecchiano allo stesso modo.
Chi passa la vita in corsia non accumula solo esperienza. Accumula:
- notti
- turni spezzati
- carichi emotivi
- stress cronico
- fatica fisica
A 50 anni molti professionisti sono già esausti. A 60 sono spesso logorati. A 72… diventano un esperimento clinico. Non è una questione di volontà. È una questione di usura.
La proroga come tappabuchi
La proroga fino a 72 anni non nasce da una visione lungimirante. Nasce da un’urgenza. Non è una scelta strategica, è una pezza. Se servono settantenni in servizio per tenere aperti reparti e ambulatori, il problema non è l’età di chi resta. È perché non c’è nessuno che entra.
Un sistema sano:
- assume giovani
- programma il ricambio
- accompagna le uscite
Un sistema in affanno:
- trattiene
- proroga
- spera che regga ancora un po’
La proroga non è valorizzazione. È sopravvivenza.
L’ipocrisia della “scelta”
Si dice: “è su base volontaria”. Certo. Come molte scelte fatte quando l’alternativa è il vuoto. Quando una professione diventa economicamente e fisicamente insostenibile già molto prima dell’età pensionabile, la libertà di scelta è un concetto elastico. Restare non è sempre un desiderio. A volte è una necessità. E quando una necessità viene raccontata come opportunità, qualcosa non torna.
Il grande assente: il ricambio
In tutto questo discorso manca sempre una parola: “giovani”. Perché se davvero si crede nella valorizzazione dell’esperienza, allora dovrebbe esistere una staffetta generazionale. L’esperienza dovrebbe trasmettersi, non sostituire. Invece accade il contrario: si tengono dentro i più anziani perché non si è costruito nulla per far entrare e restare i più giovani.
E poi ci si stupisce se:
- i giovani non restano
- i reparti sono sotto organico
- la qualità dell’assistenza si regge sull’eroismo
Quando il lavoro diventa rischio
C’è un ultimo aspetto, raramente affrontato: la sicurezza. Un professionista stremato non è un professionista valorizzato. È un rischio. Per sé. Per i colleghi. Per i pazienti. Allungare l’età lavorativa senza ripensare mansioni, carichi, ruoli e contesti significa spostare il problema più avanti, non risolverlo. Significa trasformare la corsia in una prova di resistenza, non in un luogo di cura.
Conclusione
Lavorare fino a 72 anni non è il segno di un sistema che funziona. È il segnale di un sistema che non è riuscito a costruire alternative. Non è una celebrazione dell’esperienza. È una dichiarazione implicita di fallimento della programmazione.
Perché una sanità che ha bisogno di prorogare all’infinito non sta valorizzando le persone. Sta solo chiedendo loro di reggere ancora un po’. E quando la soluzione è sempre “resistere”, il problema non è l’età di chi resta. È il futuro che non arriva mai.
Guido Gabriele Antonio
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