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Jet lag sociale: perché il cambio d’ora fa male alla salute

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Introduzione

Due volte l’anno, milioni di persone spostano le lancette avanti o indietro di un’ora. Questo passaggio tra ora solare e ora legale nasce con l’obiettivo di risparmiare energia, sfruttando meglio la luce solare. Ma oggi, in un mondo dominato dall’illuminazione artificiale e da stili di vita spesso disallineati dai ritmi naturali, ci si chiede se abbia ancora senso.

L’Unione Europea ha avviato nel 2018 un processo per abolire il cambio d’ora, sostenuto da un sondaggio in cui l’84% dei partecipanti si è detto favorevole. Tuttavia, l’iter si è bloccato per mancanza di accordo tra gli Stati membri. Anche un semplice spostamento di 60 minuti può alterare il nostro orologio biologico interno, i ritmi circadiani, influenzando sonno, umore, cognizione e persino la salute cardiovascolare. Studi scientifici dimostrano che il passaggio all’ora legale è il più critico: è associato a un aumento degli infarti miocardici, disturbi del sonno e sintomi depressivi, specie nei soggetti più vulnerabili.

Ritmi circadiani e orologio biologico

I ritmi circadiani sono cicli biologici di circa 24 ore che regolano molte funzioni fisiologiche: sonno, temperatura corporea, secrezioni ormonali, pressione arteriosa. Sono orchestrati da meccanismi genetici (CLOCK, BMAL1, PER, CRY) e sincronizzati principalmente dalla luce, tramite il nucleo soprachiasmatico (SCN) nell’ipotalamo.

Il passaggio all’ora legale crea una desincronizzazione tra orologio interno e ambiente esterno. Questo “jet lag sociale” comporta:

  • Riduzione del sonno e peggior recupero psico-fisico
  • Alterazioni di melatonina e cortisolo
  • Aumento dell’attività simpatica e infiammazione
  • Calo delle performance cognitive e aumento degli incidenti

L’interferenza con i ritmi circadiani è anche un fattore implicato in disturbi affettivi stagionali e bipolarismo, con studi che evidenziano il coinvolgimento dei clock genes.

Effetti del cambio d’ora sulla salute mentale

Il cambio d’ora può davvero influenzare la nostra salute mentale? La risposta è sì, soprattutto in primavera, quando si perde un’ora di sonno. Diversi studi mostrano che questa alterazione, seppur lieve, può avere effetti concreti su umore, sonno e funzioni cognitive, in particolare nei soggetti più vulnerabili.

Un’ampia ricerca su oltre 10.000 partecipanti della UK Biobank (Majrashi et al., 2022) ha evidenziato che la durata della luce diurna – il cosiddetto fotoperiodo – è associata a variazioni morfologiche dell’amigdala, la struttura cerebrale che regola emozioni come ansia e paura. Negli animali, queste fluttuazioni stagionali si legano a comportamenti depressivi, suggerendo che anche negli esseri umani il tono dell’umore potrebbe risentire dei cambi stagionali di luce.

Ma c’è di più. Waddington Lamont et al. (2010) hanno sottolineato come la desincronizzazione dei ritmi circadiani – indotta da cambi improvvisi del sonno-veglia – giochi un ruolo nei disturbi psichiatrici maggiori, come la schizofrenia e il disturbo bipolare. In particolare, sono stati osservati legami tra specifici polimorfismi dei geni dell’orologio biologico (CLOCK, PER1, PER3, TIMELESS) e queste patologie.

Anche il sistema della ricompensa, cruciale per la regolazione dell’umore, risulta coinvolto. Secondo Siemann et al. (2021), i circuiti dopaminergici e serotoninergici – entrambi influenzati dalla luce – possono subire alterazioni nei periodi di transizione tra ora solare e legale, aumentando la vulnerabilità a depressione, ansia e anedonia.

Infine non bisogna sottovalutare l’effetto della semplice perdita di un’ora di sonno: anche un minimo deficit può compromettere la stabilità emotiva, la concentrazione e la resilienza allo stress, aggravando disturbi preesistenti o favorendone l’insorgenza.

Infarti e rischi cardiovascolari: cosa dicono i dati

Il cuore soffre il cambio d’ora: lo dimostrano i numeri. Tra tutte le conseguenze documentate del passaggio all’ora legale, quelle sul sistema cardiovascolare sono tra le più preoccupanti. Lo spostamento delle lancette in avanti, con la conseguente perdita di un’ora di sonno, non è solo un fastidio passeggero: può trasformarsi in un fattore di rischio concreto per il cuore.

Uno studio emblematico condotto in Svezia da Janszky e Ljung (2008) ha analizzato i dati del registro nazionale degli infarti e ha osservato un incremento del 5% dei casi di infarto miocardico acuto nei tre giorni lavorativi successivi al cambio d’ora primaverile. Il fenomeno risultava più marcato tra le donne e nei soggetti sotto i 65 anni, fasce di popolazione teoricamente più resistenti agli stress ambientali.

Questi risultati sono stati confermati e rafforzati da una metanalisi pubblicata nel 2019 da Manfredini e colleghi, che ha preso in esame oltre 115.000 casi. Anche in questo caso, il rischio di infarto aumentava sensibilmente nella settimana successiva al passaggio all’ora legale (odds ratio 1.05; intervallo di confidenza 95%: 1.02-1.07), sottolineando un legame robusto tra disallineamento circadiano e eventi cardiovascolari acuti.

I giorni più critici? Il lunedì e il martedì successivi al cambio d’ora. Il ritorno alla routine lavorativa, combinato con una ridotta durata e qualità del sonno, sembra favorire un’impennata dell’attivazione del sistema nervoso simpatico, un aumento della pressione arteriosa e una risposta infiammatoria sistemica. Tutti elementi che possono, nei soggetti predisposti, fare da detonatore per eventi ischemici. Il nostro orologio biologico, insomma, non è così flessibile come pensiamo: quando viene forzato a “saltare un’ora”, il prezzo lo paga anche il cuore.

Verso l’abolizione del cambio d’ora?

Il cambio d’ora nasceva con un obiettivo chiaro: risparmiare energia. Tuttavia, le ricerche più recenti dimostrano che questo beneficio è oggi trascurabile. L’illuminazione artificiale, la flessibilità degli orari lavorativi e l’uso massiccio di dispositivi elettronici hanno ridotto drasticamente il potenziale risparmio energetico originario. Al contrario, gli effetti sulla salute – dalla qualità del sonno ai rischi cardiovascolari – sono ben documentati e difficili da ignorare.

Per questo motivo, le principali società scientifiche internazionali si sono espresse in modo chiaro. L’American Academy of Sleep Medicine raccomanda l’adozione di un orario stabile tutto l’anno, preferibilmente quello solare, considerato più allineato con i ritmi biologici naturali. Anche la European Sleep Research Society sostiene questa linea, sottolineando come il disallineamento circadiano cronico possa avere conseguenze importanti sulla salute pubblica.

Anche la politica sta cercando di adattarsi alla crescente evidenza scientifica. Nel 2018, l’Unione Europea ha lanciato una consultazione pubblica in cui l’84% dei cittadini si è dichiarato favorevole all’abolizione del cambio d’ora. L’anno successivo, il Parlamento Europeo ha votato per eliminare l’obbligo del passaggio stagionale, lasciando però ai singoli Stati membri la libertà di scegliere quale orario adottare stabilmente. Una scelta che, ad oggi, ha rallentato l’adozione definitiva della misura per mancanza di coordinamento tra i Paesi.

Oltreoceano, anche gli Stati Uniti stanno affrontando lo stesso dibattito. Nel 2022, il Senato ha approvato all’unanimità il Sunshine Protection Act, una proposta di legge per rendere permanente l’ora legale su tutto il territorio nazionale. Ma il testo è ancora in attesa di essere discusso alla Camera dei Rappresentanti, dove il confronto resta acceso tra chi spinge per mantenere l’ora legale e chi sostiene l’ora solare come più rispettosa della fisiologia umana. Una cosa, però, è evidente: la convergenza tra scienza, opinione pubblica e politica sta spingendo sempre più verso il superamento di una pratica che oggi appare anacronistica, se non addirittura dannosa.

Conclusioni

Il cambio d’ora, nato per risparmiare energia, è oggi una pratica sempre più discutibile. I suoi benefici sono trascurabili, mentre gli effetti sulla salute pubblica sono ben documentati: disturbi del sonno, peggioramento dell’umore, aumento degli infarti e rischio psichiatrico nei soggetti fragili.

Il nostro orologio biologico fatica ad adattarsi a questi cambi artificiali, con conseguenze anche gravi. Le evidenze scientifiche sono chiare: mantenere un orario costante, allineato al ritmo solare, è una scelta più sana. In un contesto globale in cui la salute mentale e cardiovascolare è una priorità, eliminare il cambio d’ora è un atto di prevenzione e buon senso. La scienza ha parlato.

Bibliografia

  • Janszky I, Ljung R. Shifts to and from Daylight Saving Time and Incidence of Myocardial Infarction. N Engl J Med. 2008;359(18):1966–8. doi:10.1056/NEJMc0807104
  • Manfredini R, Fabbian F, Cappadona R, et al. Daylight Saving Time and Acute Myocardial Infarction: A Meta-Analysis. J Clin Med. 2019;8(3):404. doi:10.3390/jcm8030404
  • Majrashi NA, Alyami AS, Shubayr NA, Alenezi MM, Waiter GD. Amygdala and subregion volumes are associated with photoperiod and seasonal depressive symptoms: A cross-sectional study in the UK Biobank cohort. Eur J Neurosci. 2022;55(6):1483–1507. doi:10.1111/ejn.15624
  • Siemann JK, Grueter BA, McMahon DG. Rhythms, Reward, and Blues: Consequences of Circadian Photoperiod on Affective and Reward Circuit Function. Neuroscience. 2021;468:28–47. doi:10.1016/j.neuroscience.2020.12.010
  • Waddington Lamont E, Coutu DL, Cermakian N, Boivin DB. Circadian rhythms and clock genes in psychotic disorders. ISRN Psychiatry. 2010;2010:ID 873597. PMID:20686197
  • Partonen T. Seasons, Clocks and Mood. In: Neuroendocrine Clocks and Calendars (Masterclass in Neuroendocrinology, vol 10). Springer; 2021:177–87. doi:10.1007/978-3-030-66096-6_12

Dr. Mattia Balboni
Infermiere – Specialista emergenza-urgenza

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