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Infermieri: prima le condizioni, poi le specializzazioni

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C’è un’idea che attraversa silenziosamente tutte le riforme sanitarie: che l’attrattività di una professione si costruisca con specializzazioni, titoli, competenze avanzate, nuove funzioni. È un’idea rassicurante. Ma incompleta.

La realtà dice altro: nessuna specializzazione è attrattiva se il lavoro di base è invivibile. Nessun percorso avanzato convince chi, prima ancora di crescere, deve fare i conti con stipendi insufficienti, turni imprevedibili e una vita privata continuamente sacrificata.

È qui che l’ordine delle cose conta. Se si investe prima nelle condizioni (stipendi che permettono una vita normale, turni compatibili con la salute, organizzazioni che non vivono di emergenza permanente), allora accade qualcosa di interessante: le persone restano, si stabilizzano, ricominciano a progettare.

Ed è solo in quel momento che la formazione avanzata smette di essere una richiesta dall’alto e diventa una scelta dal basso. Non più “devo reggere di più”, ma “posso crescere di più”.

Le lauree specialistiche, in questo quadro, non sono il punto di partenza, ma il naturale punto di arrivo di un sistema che funziona. Un sistema che non ha bisogno di forzare l’eccellenza perché la rende possibile.

Lo stesso vale per i Lea: ampliare i diritti senza ampliare le condizioni di chi li garantisce significa spostare il peso senza risolvere il problema. Al contrario, migliorare il lavoro rende sostenibile anche l’espansione dei servizi.

Forse la vera scelta politica non è tra riforme “alte” o “basse”. È decidere da dove cominciare. Perché un sistema che rende il lavoro vivibile diventa automaticamente attrattivo. E solo un sistema attrattivo può permettersi di puntare davvero sulle specializzazioni.

Il resto è retorica ben scritta. Ma la sanità non si regge sulle parole. Si regge sulle persone.

Guido Gabriele Antonio

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