Home Infermieri Infermieri, in Italia 1 su 5 è straniero. Manca un archivio nazionale unico
InfermieriNT NewsProfilo professionale

Infermieri, in Italia 1 su 5 è straniero. Manca un archivio nazionale unico

Condividi
Mancano oss in provincia di Belluno: si pensa di reclutarli all'estero
Condividi

Stando ai dati Fnopi/Amsi e relativi al 2025, sono circa 43.600 gli infermieri stranieri che oggi lavorano in Italia (uno su cinque), con una crescita media annua del 9,4% negli ultimi cinque anni. Di questi, almeno 18mila sono arrivati nel nostro Paese grazie alle deroghe introdotte dal 2020 in risposta agli effetti della pandemia, mentre una parte significativa transita attraverso canali ordinari di riconoscimento del titolo.

Le principali provenienze includono:

  • Sud Americani (Paraguay, Perù, Argentina)
  • Africa (Tunisia, Marocco)
  • Asia (Uzbekistan, India, Pakistan)
  • Europa centro-orientale (Romania, Albania, Polonia)

Il reclutamento avviene generalmente tramite:

  • Programmi universitari e accordi bilaterali, come il progetto Magellano, che coinvolge università di Italia, Paraguay, Perù e Argentina, prevedendo percorsi formativi e il riconoscimento dei titoli, anche grazie a convenzioni dirette tra enti formativi.
  • Selezioni gestite da cooperative e agenzie di reclutamento, che assumono spesso con contratti meno tutelanti e condizioni lavorative inferiori agli standard pubblici.
  • Inserimenti diretti in risposta a bandi regionali o richieste emergenziali.

Una quota di questi infermieri stranieri lavora in deroga normativa, temporaneamente esentata da iscrizione all’Ordine e da verifica delle competenze.

Il motivo di un ricorso così massiccio a professionisti provenienti dall’estero è ben noto: la carenza di personale. Secondo le stime elaborate dalla Fnopi e da enti come l’Agenas, a oggi mancano circa 65mila unità per allineare l’Italia agli standard europei. Gli infermieri italiani sono infatti il 20% in meno rispetto alla media Ocse. In particolare, ce ne sono 6,5 ogni 1.000 abitanti, mentre in Francia e in Germania – per citare due Paesi virtuosi – si raggiungono rispettivamente quota 8,8 e quota 12.

Il reclutamento di infermieri stranieri appare come la soluzione più immediata per far fronte a questa carenza. Si può persino dire che sia comunque indispensabile per garantire la funzionalità dei reparti ospedalieri, come confermato anche dai dati su reparti salvati e carenze tamponate in varie regioni, ma ovviamente non può rappresentare una risposta strutturale al problema.

E il ministero della Salute cosa dice? A parte ventilare la possibilità di attingere infermieri dall’India, non fornisce una comunicazione sistematica, basata su un archivio nazionale unico. In altre parole, il settore pubblico ricorre al personale formato all’estero, lo cita nei piani di reclutamento, ma non consente ai cittadini di sapere con precisione quanti professionisti lavorino, dove siano impiegati, con quale titolo e attraverso quale procedura. Il che rappresenta un vuoto di trasparenza statistica.

Il sistema si regge sulle deroghe, introdotte a partire dal 2020 per agevolare l’assunzione di personale infermieristico in risposta all’emergenza pandemica. Il cosiddetto Decreto Cura Italia ha consentito a migliaia di infermieri stranieri di lavorare nel nosto Paese, pur senza l’iscrizione immediata all’Ordine professionale e senza la verifica ministeriale sui titoli di studio.

La Legge di Bilancio 2026 ha prorogato fino al 31 dicembre 2029 la disciplina che consente l’esercizio temporaneo in Italia ai professionisti sanitari con qualifica conseguita all’estero. In base all’articolo 15 del Decreto legge 34 del 2023, le Regioni possono riconoscere in via temporanea quei titoli per il lavoro nelle strutture pubbliche, private, accreditate e del terzo settore.

Misure che aiutano a coprire i vuoti di organico con tempi più brevi rispetto al riconoscimento ordinario, ma non prive di nodi da sciogliere: verifica uniforme dei documenti, competenza linguistica, conoscenza delle procedure cliniche italiane, tracciamento professionale, assicurazione e responsabilità.

La Fnopi ha chiesto elenchi speciali per chi lavora in deroga, così da rendere controllabili identità, qualifiche e luogo di attività: un tentativo per evitare che l’urgenza produca regole ordinarie per alcuni e controlli frammentati per altri. In gioco ci sono la qualità e la sicurezza delle cure: se non si verificano le competenze linguistiche e la conoscenza delle procedure cliniche italiane, il rischio di errori aumenta.

Redazione Nurse Times

Articoli correlati

Condividi

Lascia un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *