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Il defibrillatore si indossa, l’aderenza non si prescrive

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Il defibrillatore cardiaco indossabile può proteggere alcuni pazienti durante una fase transitoria di rischio aritmico. Ma tra la prescrizione e l’effettiva protezione rimane una variabile decisiva: la capacità della persona di convivere con il dispositivo per quasi tutta la giornata.

Un defibrillatore indossabile lasciato sulla sedia non protegge nessuno. Può riconoscere alcune aritmie ventricolari potenzialmente letali, avvisare il paziente ed erogare autonomamente una scarica quando necessario, ma tutto questo presuppone una condizione molto concreta: che il dispositivo venga realmente indossato. È qui che una tecnologia sofisticata incontra la parte meno tecnologica dell’assistenza, fatta di informazione, addestramento, ascolto, disagio fisico, timori e capacità di adattare la vita quotidiana a una prescrizione impegnativa.

Il defibrillatore cardiaco indossabile, indicato con la sigla WCD dall’inglese Wearable Cardioverter Defibrillator, viene utilizzato in pazienti selezionati esposti a un rischio temporaneamente elevato di morte cardiaca improvvisa. LifeVest è il nome commerciale di uno dei dispositivi disponibili. Il suo impiego può essere valutato quando il rischio aritmico richiede una protezione transitoria, ma l’impianto di un defibrillatore permanente non è ancora indicato, deve essere rinviato oppure occorre attendere l’evoluzione della condizione clinica e la risposta alla terapia.

Una frazione di eiezione ventricolare sinistra pari o inferiore al 35% rappresenta un elemento importante nella valutazione, ma non equivale da sola a una prescrizione automatica. La decisione spetta allo specialista e deve considerare la causa della disfunzione ventricolare, il rischio individuale, la possibilità di recupero, il trattamento farmacologico, le comorbilità e l’eventuale futura indicazione a un defibrillatore impiantabile.

Il WCD può quindi essere preso in considerazione, tra gli altri scenari, dopo un recente infarto miocardico, in alcune nuove diagnosi di cardiomiopatia o scompenso cardiaco con severa riduzione della funzione sistolica e nei casi in cui un precedente dispositivo impiantabile sia stato rimosso, per esempio a causa di un’infezione.

Le linee guida europee parlano di una possibilità da considerare in condizioni selezionate, non di una protezione da estendere indistintamente a tutti i pazienti con frazione di eiezione ridotta. È una distinzione importante, perché attorno alle tecnologie sanitarie il linguaggio tende facilmente a trasformare un’opzione clinica in una certezza. Anche le evidenze invitano a mantenere equilibrio.

Il registro osservazionale WEARIT-II ha documentato la capacità del dispositivo di trattare aritmie ventricolari e ha mostrato che, durante il periodo di osservazione, una parte dei pazienti recuperava una funzione ventricolare sufficiente a non richiedere l’impianto di un ICD. I registri, tuttavia, descrivono ciò che accade nei pazienti ai quali il dispositivo è stato prescritto e non possiedono la stessa capacità di un trial randomizzato di dimostrare l’efficacia rispetto a un gruppo di controllo.

Il trial VEST, condotto su pazienti con recente infarto miocardico e frazione di eiezione pari o inferiore al 35%, non ha dimostrato una riduzione statisticamente significativa dell’esito primario rappresentato dalla morte aritmica nei primi novanta giorni. È stata osservata una minore mortalità complessiva nel gruppo assegnato al dispositivo, ma questo risultato costituiva un esito secondario e deve essere interpretato con prudenza.

Analisi successive hanno inoltre mostrato risultati più favorevoli tra i pazienti che indossavano maggiormente il WCD. Anche in questo caso, però, l’associazione non consente di concludere semplicemente che basti aumentare le ore di utilizzo per ottenere automaticamente lo stesso beneficio: chi aderisce con maggiore continuità può differire dagli altri pazienti anche per condizioni cliniche, comportamenti e capacità di seguire complessivamente il percorso terapeutico.

Il dato più interessante per l’assistenza infermieristica resta comunque evidente: l’aderenza non costituisce un dettaglio successivo alla prescrizione, ma una componente essenziale del trattamento. Il dispositivo deve essere portato per gran parte della giornata e può interferire con il sonno, l’abbigliamento, l’igiene personale, la mobilità e la percezione del proprio corpo.

Possono comparire irritazioni cutanee, falsi allarmi, disagio, ansia e paura della scarica. Ridurre tutto questo alla parola “compliance” rischia di descrivere come disobbedienza ciò che può essere invece il risultato di un addestramento insufficiente, di aspettative irrealistiche o di difficoltà mai esplorate.

Il WCD controlla il ritmo cardiaco attraverso elettrodi integrati nell’indumento. Quando identifica un ritmo compatibile con un’aritmia trattabile, attiva una sequenza di allarmi. Il paziente ancora cosciente può utilizzare gli appositi pulsanti di risposta per interrompere l’erogazione della terapia; se non risponde, il sistema può procedere autonomamente.

La corretta gestione richiede quindi che la persona comprenda gli allarmi, sappia utilizzare i comandi e riconosca le situazioni nelle quali chiedere assistenza. Anche il caregiver deve conoscere il funzionamento generale del dispositivo e sapere come comportarsi senza interferire impropriamente con la sequenza terapeutica.

È in questo passaggio che il lavoro infermieristico diventa determinante. Non basta illustrare il funzionamento una sola volta e raccogliere una firma. Occorre verificare la capacità pratica e cognitiva del paziente, utilizzare dimostrazioni e simulazioni, chiedergli di ripetere con parole proprie le istruzioni ricevute e rivalutare nel tempo le difficoltà emerse.

L’educazione deve comprendere la gestione quotidiana, la cura della cute, la corretta vestibilità, la risposta agli allarmi, i momenti nei quali il dispositivo può essere rimosso e i riferimenti da contattare in caso di problemi tecnici o clinici. Quando possibile, il caregiver deve essere coinvolto fin dall’inizio.

Il tema è stato affrontato il 21 ottobre 2026 a Pozzuoli durante il congresso “Il cuore a nord di Napoli – Cardionursing”, promosso dalle Unità operative complesse di Cardiologia e UTIC dell’ASL Napoli 2 Nord. Nella sessione dedicata alla cardioprotezione è emersa la necessità di collegare la tecnologia alla formazione del paziente e alla continuità assistenziale.

In questo contesto il dottor Luca Cardillo, responsabile scientifico e coordinatore della UOC Cardiologia Emodinamica UTIC, Pozzuoli, ASL Napoli 2 Nord, ha richiamato il ruolo della preparazione infermieristica, della verifica delle competenze acquisite e del coinvolgimento del caregiver: “La sua gestione richiede una strutturata formazione infermieristica, la costante verifica delle capacità pratiche e cognitive del paziente e il pieno coinvolgimento del caregiver”.

E ancora: “Quando non è più necessaria l’assistenza intensiva ospedaliera, ma occorre completare la stabilizzazione clinica e ottimizzare la terapia medica guidata dalle linee guida, i pazienti possono essere inseriti in un programma di dimissione protetta verso una casa di comunità, che rappresenta un fondamentale nodo intermedio prima del rientro a domicilio. La continuità assistenziale tra ospedale e territorio è essenziale per garantire sicurezza, autonomia e ridurre il rischio di riospedalizzazione: la dimissione non conclude l’assistenza, ma avvia una nuova fase del percorso di cura”.

Quando la persona non necessita più dell’assistenza ospedaliera per acuti, il percorso successivo deve essere definito sulla base dei bisogni reali: domicilio con follow-up specialistico e territoriale oppure, se persistono esigenze di stabilizzazione e assistenza intermedia, accesso alle strutture appropriate previste dalla programmazione sanitaria. Una casa della comunità può rappresentare un riferimento per la presa in carico e l’integrazione dei servizi, ma non è una struttura residenziale nella quale il paziente viene trasferito prima di tornare a casa.

La differenza non è soltanto terminologica. Prescrivere un dispositivo significa individuare un’indicazione clinica; costruire una protezione effettiva richiede invece selezione appropriata, educazione, monitoraggio dell’utilizzo e disponibilità a intervenire quando emergono ostacoli. Se il paziente non riesce a indossarlo, non ne comprende gli allarmi o lo abbandona dopo pochi giorni, il problema non può essere liquidato con una nota sulla mancata collaborazione.

Prima di chiedere al paziente di adattarsi alla tecnologia, l’organizzazione deve assicurarsi che quella tecnologia sia stata spiegata, compresa e resa sostenibile nella vita reale. Il defibrillatore si può prescrivere. L’aderenza, invece, deve essere costruita.

Dott.ssa Chiara Rubino

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