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Cardionursing, la dimissione comincia prima di uscire dall’ospedale

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Il 21 ottobre a Pozzuoli è andata in scena la prima edizione del congresso “Il cuore a nord di Napoli – Cardionursing”. Al centro della giornata il ruolo dell’infermiere nei percorsi cardiologici, dall’emergenza alla riabilitazione, con un’attenzione particolare alla continuità assistenziale e alla prevenzione dei ricoveri ripetuti.

La dimissione non può essere considerata riuscita soltanto perché il paziente ha lasciato l’ospedale. Il risultato si misura anche dopo, quando deve assumere correttamente la terapia, riconoscere un possibile peggioramento, rispettare i controlli programmati e sapere a chi rivolgersi in caso di necessità.

È uno dei messaggi emersi dalla prima edizione del congresso “Il cuore a nord di Napoli – Update cardiologico 2026 Cardionursing”, tenutosi il 21 ottobre al Grand Hotel Serapide di Pozzuoli e promosso dalle Unità operative complesse di Cardiologia e UTIC dell’ASL Napoli 2 Nord.

La giornata ha proposto una lettura ampia dell’assistenza cardiologica infermieristica, seguendo il paziente nelle diverse fasi del percorso: emergenza territoriale, pronto soccorso, emodinamica, elettrofisiologia, terapia intensiva cardiologica, degenza, riabilitazione, dimissione e monitoraggio a distanza.

Tra i temi affrontati figuravano la gestione del paziente sottoposto a procedure interventistiche, le complicanze in emodinamica, l’assistenza in UTIC, la prevenzione delle infezioni nei pazienti portatori di dispositivi, la telemedicina e l’impiego responsabile delle nuove tecnologie.

“Questa giornata è nata con un obiettivo preciso: affrontare l’assistenza infermieristica cardiologica in una visione globale, seguendo il paziente lungo tutto il suo percorso di cura”, ha spiegato il dottor Luca Cardillo, coordinatore scientifico dell’evento.

Un’impostazione che sposta l’attenzione dalla singola prestazione alla continuità del processo assistenziale. La qualità delle cure, infatti, non dipende soltanto da ciò che accade durante la fase acuta, ma anche dalla capacità dell’organizzazione di accompagnare il paziente nel passaggio dall’ospedale al domicilio.

La dimissione protetta e il rischio della porta girevole

Il ritorno a casa rappresenta uno dei momenti di maggiore vulnerabilità per il paziente cardiopatico. La stabilità clinica raggiunta durante il ricovero non coincide necessariamente con la capacità di gestire autonomamente la malattia.

Dopo la dimissione occorre comprendere il nuovo schema terapeutico, riconoscere precocemente i segnali di allarme, adottare comportamenti coerenti con le indicazioni ricevute e rispettare il programma dei controlli. Quando questi elementi non vengono adeguatamente pianificati, il rischio è che la dimissione diventi soltanto l’intervallo tra due ricoveri.

È il fenomeno definito revolving door, la “porta girevole” delle riospedalizzazioni: il paziente viene dimesso, torna a casa senza una presa in carico sufficientemente strutturata e rientra in ospedale dopo un nuovo peggioramento.

Non tutte le riospedalizzazioni sono evitabili e la loro ricorrenza non può essere attribuita automaticamente a un errore assistenziale. Alcune, però, possono essere favorite da una comunicazione inefficace, da una scarsa comprensione della terapia, dalla mancata individuazione precoce dei sintomi o da collegamenti fragili tra ospedale e servizi territoriali.

La dimissione protetta deve quindi essere costruita durante il ricovero, non improvvisata nel momento in cui arriva la comunicazione del rientro a casa. Richiede la valutazione dei bisogni clinici, assistenziali e sociali, la definizione dei controlli, il raccordo con i professionisti che seguiranno il paziente e il coinvolgimento del caregiver quando necessario.

In questo percorso l’infermiere svolge una funzione centrale nell’educazione terapeutica, nel counseling e nella verifica della capacità del paziente di gestire concretamente le indicazioni ricevute.

Il teach-back per verificare la comunicazione

Tra gli strumenti discussi durante il congresso rientra il teach-back, un metodo attraverso il quale il paziente viene invitato a spiegare con parole proprie ciò che dovrà fare una volta tornato a casa. Può riguardare l’assunzione dei farmaci, il riconoscimento dei segnali di peggioramento, l’utilizzo di un dispositivo o la programmazione dei controlli.

Il teach-back non è un esame rivolto al paziente e non serve a giudicare il suo livello culturale. Consente piuttosto al professionista di verificare se le informazioni siano state spiegate in modo comprensibile. Quando emergono dubbi o interpretazioni errate, il contenuto viene chiarito utilizzando parole o modalità differenti e successivamente verificato di nuovo.

La domanda generica “ha capito?” può ricevere facilmente una risposta affermativa. Chiedere al paziente come gestirà concretamente la terapia permette invece di individuare incomprensioni che, una volta a domicilio, potrebbero avere conseguenze rilevanti.

“Il nostro obiettivo deve essere quello di trasformare la porta girevole delle riospedalizzazioni in una vera porta d’uscita – ha sottolineato la dottoressa Alessia Restivo, intervenuta sul ruolo infermieristico nella prevenzione delle riospedalizzazioni cardiologiche -. Non una porta d’uscita dal sistema delle cure, ma dal circolo vizioso dei ricoveri ripetuti e potenzialmente evitabili. Perché il successo di una dimissione non si misura soltanto nel momento in cui il paziente lascia l’ospedale, ma anche nella sua capacità di continuare a gestire la propria salute una volta tornato a casa”.

Il punto non è trasferire sul paziente tutta la responsabilità della gestione della malattia. L’autonomia non nasce dalla consegna di un foglio, ma da un percorso nel quale informazioni, competenze e riferimenti assistenziali vengono costruiti prima della dimissione.

Allo stesso modo, l’educazione terapeutica non può sostituire la disponibilità dei servizi territoriali: spiegare bene al paziente che cosa fare è essenziale, ma deve esistere anche una rete in grado di rispondere quando quella persona segnala un problema.

Formazione e sviluppo dell’assistenza cardiologica

“Sono davvero orgoglioso del risultato raggiunto e di aver contribuito, insieme ai colleghi e a professionisti provenienti da diverse realtà sanitarie, alla realizzazione di una giornata così ricca di contenuti, confronto ed entusiasmo”, ha dichiarato Cardillo al termine dei lavori.

Il valore di un congresso, tuttavia, non si esaurisce nella partecipazione o nel numero degli interventi. Si misura anche nella capacità di trasferire le conoscenze discusse nell’organizzazione quotidiana dell’assistenza.

“Sono convinto che momenti di confronto come questo rappresentino un passo importante per far evolvere la professione infermieristica e affrontare con competenza le sfide della sanità di oggi e di domani”, ha aggiunto il coordinatore scientifico.

Una sfida che riguarda non soltanto l’aggiornamento tecnico, ma il riconoscimento dell’infermiere come professionista presente lungo l’intero percorso cardiologico: dalla gestione dell’emergenza alla fase interventistica, dalla terapia intensiva all’educazione terapeutica, fino alla continuità tra ospedale e territorio.

Il messaggio conclusivo della giornata può essere sintetizzato in un principio operativo: dimettere non significa interrompere l’assistenza, ma organizzarne la fase successiva. Se il paziente esce dall’ospedale senza aver compreso la terapia, senza conoscere i segnali di allarme e senza sapere chi lo prenderà in carico, il posto letto può anche risultare libero. Il percorso di cura, però, resta incompleto.

Dott.ssa Chiara Rubino

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