Nel 2024 in Italia lavoravano circa 430mila infermieri e ostetriche, 7,3 ogni mille abitanti: una dotazione ferma dal 2021 e, secondo l’Istat, insufficiente rispetto al fabbisogno stimato. Il Rapporto BES 2026 mostra divari regionali ampi su personale, assistenza domiciliare e rinuncia alle cure, che pesano sulle stesse aree.
L’Istat ha presentato il 26 ottobre il Rapporto Bes 2026 sul benessere equo e sostenibile. Il capitolo sulla qualità dei servizi contiene una fotografia del personale sanitario che chi lavora in corsia conosce bene, ma che raramente si vede messa in fila con questa precisione.
Nel 2024 gli infermieri e le ostetriche attivi erano circa 430 mila, pari a 7,3 ogni mille abitanti. L’anno prima erano 7,2. L’Istat descrive la dotazione come sostanzialmente stabile dal 2021 e la giudica insufficiente rispetto alle stime annuali di fabbisogno elaborate dal Ministero della Salute con le Regioni. Stabile, in questo caso, non è una buona notizia. Significa che la popolazione invecchia e l’organico resta dov’era.
Quanti sono e dove
La media nazionale nasconde distanze notevoli. Nel 2023 la Provincia di Bolzano contava 9,6 infermieri e ostetriche ogni mille abitanti, il Lazio 8,9, Liguria ed Emilia-Romagna 8,7. In fondo alla classifica Sicilia (5,6), Calabria (5,5) e Campania (5,4). Tra Bolzano e Campania la differenza supera i quattro professionisti ogni mille residenti.
Anche il rapporto con i medici cambia molto. In media ci sono 1,5 infermieri per medico. A Bolzano il rapporto è 2,1, a Trento 2,0, in Campania e Calabria 1,2, in Sicilia 1,1. Quando per ogni medico c’è poco più di un infermiere, una parte dell’assistenza resta scoperta o finisce sulle spalle delle famiglie.
Un dato sorprende: la Lombardia, con 6,8, è sotto la media nazionale e sotto il Molise (8,3). La carenza non segue solo la linea Nord-Sud. Un limite va dichiarato. I dati comprendono tutti i professionisti attivi, non solo quelli del Servizio sanitario, e uniscono infermieri e ostetriche. Sono quindi un indicatore di disponibilità complessiva, non degli organici dei reparti.
Il territorio cresce, ma su basi diverse
L’assistenza domiciliare integrata è uno dei pochi indicatori in crescita costante. Nel 2025 era presa in carico il 4,6% degli over 65, contro il 4,4% del 2024, il 2,9% del 2019 e il 2,2% del 2015. Tra gli over 75 la quota arriva al 7,5%.
Anche qui i divari sono forti: Abruzzo e Molise al 6,9%, Calabria al 2,2%, Sardegna al 2,9%, Puglia al 3%. L’indicatore misura le persone prese in carico, non l’intensità delle cure: un accesso al mese e cinque a settimana contano allo stesso modo.
Il carico sulla medicina generale aiuta a capire perché il territorio fatica. Nel 2024 il 54,5% dei medici di famiglia superava i 1.500 assistiti, quasi il doppio del 28% del 2014. In Lombardia, nel 2023, la quota era del 74%. Con medici di famiglia saturi, la presa in carico della cronicità passa sempre più dagli infermieri di famiglia e comunità previsti dal DM 77. Che però vanno prima assunti.
Sul fronte residenziale, i posti letto socio-assistenziali e sociosanitari sono 74,1 ogni 10 mila abitanti. Bolzano ne ha 152,8, la Campania 20,5. Dove mancano le strutture, l’anziano fragile resta a casa o in ospedale, e in entrambi i casi serve un infermiere.
Chi rinuncia e chi parte
Nel 2025 il 9,6% della popolazione, oltre 5,6 milioni di persone, ha rinunciato ad almeno una visita o un esame di cui aveva bisogno. Il dato è stabile rispetto al 2024 e più alto dell’8,1% del 2017. Le liste d’attesa pesano per il 6,5%, i costi per il 5,2%.
Rinunciano più le donne (11,2%) degli uomini (8,1%), con picchi oltre il 14% tra le donne di 35-54 anni, cioè spesso le stesse che fanno da caregiver. La Sardegna arriva al 19,5%, Lazio e Marche superano il 12%.
Chi non rinuncia, a volte parte. L’8,6% dei ricoveri ordinari per acuti avviene fuori regione, il valore più alto dal 2004. In Molise si arriva al 32,8%, in Basilicata al 28,6%, in Calabria al 22,8%.
Cosa significa per chi organizza i turni
Letti insieme, questi indicatori dicono che le regioni con meno infermieri sono spesso anche quelle con meno posti residenziali, più rinunce o più ricoveri fuori regione. Non è una relazione causale dimostrata dal rapporto, ma una coincidenza che si ripete troppe volte per essere ignorata.
Per un coordinatore, il 5,4 della Campania non è una statistica. È il turno di notte con un infermiere in meno, le ferie concesse a fatica, il paziente dimesso verso un territorio che non ha chi lo segua a casa. Ogni piano di potenziamento delle Case della Comunità o dell’assistenza domiciliare parte da qui: dal numero di professionisti disponibili in quella regione, non dalla media nazionale.
Il Rapporto BES non propone soluzioni, non è il suo compito. Ma mette i numeri dove servono: davanti a chi in queste settimane scrive la manovra e i piani regionali. L’Italia vive sempre più a lungo. Il problema è che, a seconda della regione, trova o non trova un infermiere ad accompagnarla.
Antonio Leuci
Fonte: Istat, Rapporto BES 2026
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