Un nuovo documento scientifico dell’American Heart Association fa il punto sul rapporto tra caffeina e riduzione del rischio cardiovascolare.
Il caffè fa bene o fa male al cuore? A questa domanda risponde un nuovo documento scientifico dell’American Heart Association, intitolato Caffeine and Cardiovascular Disease e pubblicato sulla rivista Circulation. La conclusione, rassicurante ma non priva di sfumature, è che per la maggior parte degli adulti un consumo fino a 400 mg di caffeina al giorno (l’equivalente di massimo 5 tazze da circa 240 ml di caffè filtrato) è sicuro e potrebbe addirittura associarsi a una riduzione del rischio cardiovascolare in alcune persone.
È bene chiarire subito un punto: un documento scientifico fotografa lo stato delle conoscenze e indica dove serve ancora ricerca, ma non è una linea guida e non formula raccomandazioni terapeutiche. Non a caso, per mancanza di dati sufficientemente solidi, la caffeina non è stata inclusa nelle raccomandazioni dietetiche cardiovascolari 2026 dell’Associazione Heart Association.
A guidare il gruppo di lavoro è Gregory M. Marcus, cardiologo dell’Università della California (San Francisco). Si tratta dello stesso autore di un grande studio sulla UK Biobank, che aveva mostrato come ogni tazza in più fosse associata a un rischio inferiore al 3% di sviluppare fibrillazione atriale. Il nuovo documento raccoglie e amplia quella linea di ricerca, confermando che l’idea del caffè come “nemico del ritmo cardiaco” nasceva soprattutto da studi vecchi e piccoli.
Il nuovo documento passa in rassegna gli effetti della caffeina – perlopiù assunta tramite caffè – sui principali capitoli della salute cardiovascolare.
Ritmo cardiaco – Bere 1-3 tazze al giorno non risulta associato a un aumento di fibrillazione atriale. Anzi, i trial randomizzati (il tipo di studio più affidabile) collegano la caffeina del caffè a un minor rischio di fibrillazione atriale. C’è però un rovescio della medaglia: quello stesso consumo può accompagnarsi a un aumento delle extrasistoli ventricolari (PVC), i battiti “anticipati” che molti percepiscono come palpitazioni. È la distinzione che avevamo già sottolineato: un conto sono le aritmie diagnosticate e documentate, un altro le sensazioni transitorie dopo una dose eccessiva.
Pressione arteriosa – Qui il rapporto è dose-dipendente e un po’ controintuitivo. In chi ha una pressione ottimale, 1-3 tazze al giorno si associano a un rischio maggiore di sviluppare ipertensione, mentre oltre le 3 tazze il rischio torna a scendere. Le dosi elevate, tipiche di energy drink ed energy shot, possono invece far salire la pressione in modo marcato, soprattutto in chi è già iperteso.
Cuore e ictus – Da 2 a 4 tazze al giorno si associano a un minor rischio di cardiopatia, scompenso cardiaco e ictus. Attenzione però a non esagerare: oltre le 4 tazze il rischio di scompenso cardiaco potrebbe aumentare.
Diabete di tipo 2 – Il caffè nero, senza aggiunte, si conferma alleato: il consumo regolare è collegato a un minor rischio di diabete di tipo 2, anche se il beneficio potrebbe derivare da composti del caffè diversi dalla caffeina (come l’acido clorogenico).
C’è un passaggio del documento che merita un asterisco tutto nostro. Il cafestolo, una sostanza presente nel caffè, è associato a un aumento del colesterolo LDL (quello “cattivo”). Il cafestolo si trova nel caffè non filtrato (quindi in espresso, moka, caffè alla turca e caffè bollito) mentre è praticamente assente nel caffè preparato con filtro di carta o in quello solubile.
Per un Paese che vive di espresso e moka, è un promemoria utile: gli stessi benefici osservati con il caffè filtrato non si trasferiscono in automatico alla nostra tazzina, che sul fronte colesterolo va tenuta d’occhio (fermo restando che servono ancora studi per quantificarne l’impatto reale).
Se sul caffè il messaggio è di serena moderazione, sugli energy drink ed energy shot il tono cambia. Questi prodotti possono contenere 40-69 mg di caffeina per oncia, 3-4 volte più del caffè, e spesso associano altri ingredienti che ne accelerano l’assorbimento. Le dosi molto alte sono state collegate ad aritmie anche in soggetti generalmente considerati a basso rischio, come giovani adulti sotto i 30 anni. Il consiglio degli autori è netto: andrebbero evitati.
La caffeina viene metabolizzata dal fegato e raggiunge il picco entro circa un’ora, ma la velocità con cui la smaltiamo dipende da genetica, età, metabolismo e abitudini. Torna in scena il gene CYP1A2, il “gene del caffè”: chi lo possiede in una variante “lenta” può percepire effetti più intensi e prolungati. È il motivo per cui non esiste un numero di tazzine valido per tutti, ma un intervallo da calibrare sul singolo.
Come sintetizza lo stesso Marcus, non c’è una strategia “taglia unica”: età, farmaci, condizioni di salute, genetica e metabolismo cambiano le carte in tavola. Se dopo il caffè compaiono palpitazioni, ansia o insonnia, il corpo sta dando un’indicazione precisa. E la regola d’oro resta quella di sempre: il caffè fa meglio nero, senza zucchero, sciroppi o panna, perché gli additivi tendono ad annullarne i potenziali vantaggi.
Redazione Nurse Times
Fonti
Articoli correlati
- Sigaretta dopo il caffè: non solo un rito
- Il caffè protegge dall’epatopatia cronica
- Problemi cardiovascolari: non è detto che il caffè vada evitato
- Unisciti a noi su Telegram https://t.me/NurseTimes_Channel
- Scopri come guadagnare pubblicando la tua tesi di laurea su NurseTimes
- Il progetto NEXT si rinnova e diventa NEXT 2.0: pubblichiamo i questionari e le vostre tesi
- Carica la tua tesi di laurea: tesi.nursetimes.org
- Carica il tuo questionario: https://tesi.nursetimes.org/questionari
Lascia un commento