Dalla chirurgia del Sacco al Buzzi, dal Fatebenefratelli ai privati: la carenza di personale infermieristico sta mettendo in ginocchio la sanità lombarda. Reparti accorpati, posti letto soppressi e turni insostenibili
Reparti chiusi e posti letto tagliati: la crisi infermieristica colpisce gli ospedali milanesi
Sulla porta di molte stanze di degenza inutilizzate, o addirittura di interi reparti ospedalieri, potrebbe essere affisso un cartello inequivocabile: “Chiuso per mancanza di infermieri”. È questa la realtà che stanno vivendo numerosi ospedali di Milano e della Lombardia, dove la carenza cronica di personale infermieristico sta costringendo le strutture sanitarie a misure straordinarie: accorpamenti di reparti, riduzione dei posti letto attivi e, inevitabilmente, un ulteriore allungamento delle liste d’attesa per interventi chirurgici e ricoveri.
La notizia non riguarda una singola struttura, ma un fenomeno sistemico che interessa l’intera rete ospedaliera lombarda, pubblica e privata. Un’emergenza sanitaria silenziosa, ma dalle conseguenze concrete e misurabili sulla salute dei cittadini.
Gli ospedali milanesi nel mirino della crisi: dal Sacco al Buzzi, fino al Fatebenefratelli
I casi documentati sono numerosi e riguardano alcune delle strutture sanitarie più note della città. All’Ospedale Luigi Sacco, la carenza di infermieri ha portato alla chiusura di sei posti letto nel reparto di Chirurgia. Una perdita significativa per una struttura di riferimento cittadino.
La situazione non è migliore all’Ospedale dei Bambini Vittore Buzzi, dove i tagli dovuti alla carenza di personale colpiscono anche reparti strategici come la Pediatria e le Chirurgie. Quando a soffrire sono i reparti dedicati ai pazienti più vulnerabili, l’allarme non può che salire di livello.
Al Fatebenefratelli, l’emergenza ha già prodotto riorganizzazioni strutturali: le unità di Ortopedia e Otorinolaringoiatria sono state accorpate da tempo, mentre la degenza di Medicina d’urgenza è stata soppressa. Quello che dovrebbe essere un presidio di pronto intervento si trova così a operare in condizioni ridotte.
Questi sono soltanto alcuni esempi emblematici di un fenomeno che, secondo gli esperti del settore, si estende ben oltre i confini del capoluogo lombardo, investendo l’intera regione e il Paese.
Il settore privato non è immune: cooperative e gestioni esternalizzate
La crisi infermieristica non risparmia nemmeno le strutture sanitarie private. Molti ospedali privati stanno ricorrendo a cooperative di somministrazione lavoro per tamponare le carenze di organico, con risultati non sempre soddisfacenti in termini di qualità dell’assistenza.
Il caso del San Giuseppe (Multimedica) è emblematico: la struttura ha scelto di esternalizzare l’assistenza infermieristica del reparto di Medicina generale, affidandola a una cooperativa esterna. Una soluzione tampone che, tuttavia, non garantisce la continuità e la qualità che i pazienti meritano.
Ancor più grave quanto accaduto al San Raffaele: a dicembre, l’affidamento di tre reparti a una cooperativa rivelatasi inadeguata ha prodotto conseguenze istituzionali di rilievo, arrivando alle dimissioni dell’amministratore delegato. Un segnale inequivocabile di quanto la gestione della carenza infermieristica possa avere ricadute anche a livello dirigenziale.
Le cause della carenza: pensionamenti, posti vuoti nelle università e stipendi inadeguati
Per comprendere l’attuale emergenza è necessario analizzarne le radici. Le cause della carenza infermieristica sono molteplici e si intrecciano in un circolo vizioso difficile da spezzare.
1. Il gap tra pensionamenti e nuove leve
Secondo un’analisi del sindacato UIL, tra il 2026 e il 2030 sono previste circa 9.200 uscite per pensionamento nel settore infermieristico lombardo. Un numero enorme, che non trova compensazione nel ricambio generazionale.
2. Corsi di laurea con posti rimasti vuoti
I dati sulle immatricolazioni universitarie sono allarmanti: nell’autunno scorso, a fronte di 2.088 posti disponibili tra gli atenei di Statale, Bicocca, Brescia, Pavia e Varese, si sono iscritti soltanto 1.420 studenti. Quasi 700 posti rimasti deserti in un solo anno accademico.
3. Una professione percepita come poco attrattiva
Le ragioni di questo disinteresse sono facilmente intuibili: turni estenuanti difficili da conciliare con la vita privata, stipendi che si attestano tra i 1.700 e i 1.800 euro mensili e scarse prospettive di avanzamento di carriera. A fronte di queste condizioni, sempre più infermieri già in servizio scelgono di lasciare l’Italia per strutture estere dove le condizioni lavorative sono più favorevoli.
«Finché non si affronteranno il tema salariale e gli sbocchi carrieristici non attrarremo personale», sottolinea Antonio Bagnaschi della Cgil Fp, riassumendo in poche parole la radice del problema.
La politica si mobilita: seduta straordinaria del Consiglio regionale
L’emergenza infermieri approda in Consiglio regionale. Su iniziativa delle consigliere Lisa Noja (Italia Viva) e Carmela Rozza (PD), insieme ai capigruppo delle opposizioni, è stata convocata una seduta straordinaria dedicata interamente a questa crisi.
«Alla carenza di infermieri non si può continuare a rispondere con provvedimenti emergenziali, che mortificano la competenza dei professionisti. È venuto il momento che la Regione li valorizzi nei fatti», afferma Noja, tracciando una linea netta tra le soluzioni tampone del passato e la necessità di un cambio di rotta strutturale.
Le fa eco Rozza: «Tutti dobbiamo lavorare per riportare i giovani alle professioni sanitarie». Un appello che suona come un riconoscimento della gravità del problema e della necessità di un impegno collettivo, che vada oltre le singole misure d’urgenza.
Le risposte della Regione Lombardia: piani di reclutamento e alloggi agevolati
La Regione Lombardia non è rimasta inerte di fronte all’emergenza. Tra le misure messe in campo figurano piani di reclutamento di professionisti sanitari dall’estero e la messa a disposizione di alloggi a canone calmierato per attrarre infermieri in servizio presso le strutture lombarde. Soluzioni che, tuttavia, gli addetti ai lavori giudicano insufficienti rispetto alla portata della crisi.
Il nodo centrale rimane quello economico e contrattuale: senza un adeguamento degli stipendi alle medie europee e senza percorsi di carriera chiari e riconosciuti, sarà difficile invertire la tendenza sia sul fronte del reclutamento interno sia su quello dell’attrazione di professionisti dall’estero.
La crisi degli infermieri negli ospedali milanesi e lombardi non è un’emergenza destinata a risolversi da sola. È il sintomo di un sistema sanitario che, negli ultimi anni, ha sottovalutato il valore strategico del personale infermieristico, riducendolo a una variabile di costo anziché riconoscerlo come il pilastro dell’assistenza ai pazienti.
Reparti chiusi, posti letto tagliati, liste d’attesa più lunghe: sono le conseguenze concrete di scelte che hanno messo la sostenibilità economica davanti alla qualità delle cure. Invertire questa tendenza richiede investimenti reali, riforme contrattuali coraggiose e una visione di lungo periodo sulla formazione e la valorizzazione delle professioni sanitarie.
Redazione NurseTimes
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