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Dalle linee guida Oms alla pratica clinica: come cambia oggi la gestione dell’Hiv. Intervista al dottor Salvatore Minniti

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L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha recentemente aggiornato le proprie raccomandazioni sulla gestione clinica dell’Hiv, rafforzando una visione sempre più orientata alla cronicità della patologia, alla continuità assistenziale e alla personalizzazione dei percorsi di cura. Le nuove indicazioni ribadiscono come l’Hiv, grazie ai progressi terapeutici, non rappresenti più una condizione rapidamente evolutiva e letale, ma una malattia controllabile nel lungo periodo, che richiede modelli assistenziali stabili, organizzati e multidisciplinari.

Accanto agli aspetti clinici, questo cambiamento di paradigma pone inevitabilmente una riflessione anche sul piano organizzativo e assistenziale. La cronicizzazione dell’Hiv, l’aumento del numero di pazienti seguiti nel tempo e la complessità dei bisogni assistenziali rendono sempre più necessario disporre di strumenti capaci di descrivere in modo realistico il carico di lavoro e l’intensità dell’assistenza. In questo contesto si inserisce l’evoluzione dell’indice di complessità assistenziale (ICA), giunto oggi alla versione ICA 2.0, che supera i modelli tradizionali basati esclusivamente sul numero di pazienti o sulle attività tecniche, includendo anche le dimensioni cognitive, relazionali e organizzative dell’assistenza infermieristica.

Ma cosa significa, concretamente, applicare le raccomandazioni Oms nella pratica quotidiana di un reparto di malattie infettive e di un ambulatorio dedicato all’Hiv? E come si intrecciano le indicazioni cliniche con i modelli organizzativi e gli strumenti di misurazione della complessità assistenziale in contesti ad alta intensità di cura?

Per rispondere a queste domande Nurse Times ha intervistato Salvatore Minniti (foto), primario del reparto di Malattie infettive e responsabile di un ambulatorio Hiv, nonché ultimo presidente del Congresso Simit. Un confronto fondato sull’esperienza diretta di chi governa percorsi assistenziali complessi e applica quotidianamente le indicazioni delle linee guida internazionali, offrendo una lettura integrata tra clinica, organizzazione e assistenza.

HIV come patologia cronica: come cambia la presa in carico

L’Hiv è oggi considerata una patologia cronica. In che modo questa visione cambia l’organizzazione dell’assistenza e la presa in carico a lungo termine dei pazienti?

“Definire oggi l’Hiv una malattia cronica significa riconoscere che il modo di guardare a questa condizione è cambiato in profondità. Non siamo più di fronte a un’infezione che evolve rapidamente e mette a rischio la vita nel breve periodo, ma a una situazione che può essere controllata a lungo, permettendo alle persone di condurre un’esistenza piena e soddisfacente. Questo nuovo approccio ha inevitabilmente modificato anche l’organizzazione dell’assistenza sanitaria.

In passato l’attenzione era concentrata soprattutto sulle fasi acute: individuare la diagnosi il prima possibile, iniziare subito la terapia, gestire complicanze spesso gravi. Oggi la prospettiva è diversa. La gestione dell’Hiv si avvicina molto a quella delle altre patologie croniche e richiede un accompagnamento costante nel tempo. Significa instaurare un rapporto continuativo con la persona, programmare controlli periodici, seguire l’andamento della terapia e prevenire l’insorgenza di problemi legati all’età o agli effetti a lungo termine dell’infezione.

Per rispondere a queste nuove esigenze, i servizi devono essere più articolati e collaborativi. L’infettivologo resta una figura chiave, ma non può più essere l’unico punto di riferimento. È necessario coinvolgere il medico di famiglia, gli specialisti che si occupano di cuore, metabolismo, ossa, oltre a psicologi e assistenti sociali. La presa in carico diventa quindi un lavoro di squadra, perché la persona con HIV porta con sé bisogni che vanno oltre la dimensione strettamente clinica.

C’è infine un aspetto culturale che non può essere trascurato. Considerare l’Hiv una condizione cronica significa anche impegnarsi per ridurre lo stigma, sostenere l’autonomia delle persone e promuovere una visione più equilibrata e meno drammatica della diagnosi. È un cambiamento che riguarda non solo la medicina, ma anche il modo in cui la società percepisce e accoglie chi vive con l’Hiv”.

Continuità di cura e aderenza terapeutica

Le nuove raccomandazioni Oms pongono grande attenzione alla continuità di cura e all’aderenza terapeutica. Quali sono, nella sua esperienza, gli elementi fondamentali per garantire entrambi nel tempo?

“Quando si parla di continuità di cura e aderenza terapeutica nell’Hiv, non si tratta semplicemente di seguire una terapia, ma di costruire un percorso che accompagna la persona per tutta la vita. Nella pratica quotidiana, ciò che permette davvero a una persona di restare in cura non è solo la qualità dei farmaci, ma tutto ciò che ruota attorno alla relazione di cura.

Il primo elemento che fa la differenza è la fiducia. Una persona che si sente accolta, ascoltata e non giudicata è molto più propensa a tornare ai controlli, a parlare apertamente delle difficoltà e a chiedere aiuto quando qualcosa non va. La continuità nasce proprio da questo legame umano: sapere che dall’altra parte c’è qualcuno che ti conosce e che cammina con te.

Un altro aspetto fondamentale è la semplicità del percorso. Le terapie moderne sono molto efficaci, ma devono essere sostenibili nel tempo. Quando le visite sono organizzate in modo prevedibile e il ritiro dei farmaci non diventa un ostacolo, la cura si integra nella vita quotidiana invece di interromperla.

C’è poi la dimensione emotiva, spesso sottovalutata. L’Hiv porta con sé ancora oggi paure, stigma e momenti di fragilità. Se questi aspetti non vengono affrontati, l’aderenza può vacillare. Infine, un sistema che vuole garantire continuità deve essere capace di adattarsi. Le persone cambiano lavoro, città, relazioni; attraversano periodi di stress, depressione o difficoltà economiche. I nostri ambulatori devono essere flessibili, pronti a riaccogliere chi si è allontanato e capaci di intercettare chi rischia di perdersi”.

Le sfide future per i servizi di malattie infettive

Alla luce delle nuove raccomandazioni Oms, quali sono le principali sfide che i servizi di Malattie Infettive dovranno affrontare nei prossimi anni nella gestione dell’Hiv?

“Il modo di gestire l’Hiv sta cambiando profondamente rispetto ai decenni precedenti. Una delle sfide maggiori sarà riuscire a raggiungere tutte le persone che vivono con l’Hiv e che troppo spesso giungono alla diagnosi in maniera tardiva. Ci sono giovani che vivono la diagnosi con paura, persone migranti con barriere linguistiche o che si spostano frequentemente, persone con fragilità sociali che faticano a mantenere contatti strutturati con i servizi sanitari.

Un’altra sfida importante riguarda la trasformazione dell’HIV in una malattia cronica. Le persone vivono più a lungo e, con l’età, compaiono altre patologie: problemi cardiovascolari, metabolici, ossei, psicologici. I reparti di Malattie Infettive non possono più lavorare da soli e dovranno costruire reti solide con i medici di base, con gli specialisti e con i servizi territoriali. Questo significa superare un modello assistenziale storicamente centrato quasi esclusivamente sull’ospedale.

Le nuove terapie Hiv long-acting possono rappresentare un supporto importante nella retention in care dei pazienti, ma richiedono organizzazione, spazi e personale dedicato. Molti reparti di infettivologia sono già oggi sotto pressione, con risorse limitate e carichi di lavoro crescenti. La cronicizzazione dell’HIV aumenta il numero di pazienti da seguire nel lungo periodo, mentre le risorse non crescono allo stesso ritmo. Garantire qualità e continuità richiederà investimenti e una visione di lungo respiro”.

Misurare la complessità assistenziale: il contributo delle ICA 2.0

Accanto agli aspetti clinici, la gestione dell’HIV pone anche una riflessione organizzativa sul carico assistenziale e sul lavoro infermieristico. In questo contesto si inserisce il tema delle ICA 2.0 (Indice di Complessità Assistenziale).

Quali vantaggi offre ICA 2.0 rispetto ai modelli tradizionali?

“L’ICA 2.0 permette di cogliere la complessità assistenziale in modo molto più realistico rispetto ai modelli tradizionali, che si basano soprattutto sul numero di pazienti e sulle attività tecniche. Integra anche il lavoro cognitivo, relazionale e organizzativo degli infermieri, spesso invisibile ma determinante nel carico reale”.

In che modo questo modello può incidere sulla qualità e sulla sicurezza delle cure?

“Grazie a questo modello si possono distinguere meglio i pazienti complessi da quelli stabili e adattare il personale alla reale intensità assistenziale. Questo riduce i sovraccarichi, migliora la qualità delle cure e aumenta la sicurezza del paziente. Inoltre, produce dati solidi e confrontabili, utili per decisioni gestionali e per motivare richieste di risorse”.

Conclusioni

Le nuove raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sull’HIV non rappresentano soltanto un aggiornamento clinico, ma delineano un cambiamento più profondo nel modo di concepire l’assistenza. La cronicizzazione della patologia impone infatti un passaggio da un modello centrato sull’urgenza a uno fondato sulla continuità, sulla relazione di cura e sull’integrazione tra professionisti e servizi.

Dalle parole del dottor Salvatore Minniti emerge con chiarezza come la gestione dell’Hiv oggi richieda non solo terapie efficaci, ma anche organizzazioni capaci di accompagnare le persone nel lungo periodo, intercettarne le fragilità e adattarsi ai cambiamenti della vita. In questo scenario, la qualità dell’assistenza dipende sempre più dalla capacità dei sistemi sanitari di lavorare in rete, superando una visione esclusivamente ospedaliera.

Allo stesso tempo, strumenti come le ICA 2.0 offrono l’opportunità di rendere visibile la complessità assistenziale che accompagna questi percorsi, fornendo dati utili per una pianificazione più equa delle risorse e per la tutela della sicurezza di pazienti e operatori. Integrare la dimensione clinica con quella organizzativa diventa quindi una condizione essenziale per rendere realmente applicabili le indicazioni delle linee guida internazionali.

La sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: trasformare le raccomandazioni in pratiche sostenibili, capaci di garantire continuità, qualità e dignità dell’assistenza alle persone che vivono con Hiv, in un contesto sanitario chiamato a confrontarsi con risorse limitate e bisogni sempre più complessi.

Guido Gabriele Antonio

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