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Benvenuti nella sanità del recupero

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Benvenuti nella sanità del recupero. Recupero liste d’attesa. Recupero visite. Recupero esami. Recupero prestazioni. Recupero arretrati. Recupero urgenze. Ormai recuperiamo tutto. Tranne una cosa: il sistema.

Negli ultimi anni la parola più utilizzata nella comunicazione sanitaria non è stata “innovazione”. Non è stata “programmazione”. Non è stata “prevenzione”. È stata “recupero”. E già questo dovrebbe preoccuparci. Perché si recupera ciò che si è perso. Si recupera ciò che è rimasto indietro. Si recupera ciò che non si è riusciti a fare quando bisognava farlo.

Nessuno parla mai di recuperare qualcosa che funziona. Eppure oggi sembra quasi una medaglia. Abbiamo recuperato il 30%. Abbiamo recuperato il 40%. Abbiamo recuperato il 47%. Ogni volta che leggiamo questi numeri dovremmo fermarci un attimo. E porci una domanda molto semplice: recuperato rispetto a cosa?

Perché, se stiamo recuperando, significa che qualcuno ha aspettato. Che qualcuno è rimasto indietro. Che qualcuno ha visto rinviare una visita, un esame, una prestazione. Ma questo dettaglio sparisce. Resta il trionfo del recupero. È come se uno studente collezionasse insufficienze per tutto l’anno e poi organizzasse una conferenza stampa perché ha superato gli esami di riparazione. Tecnicamente ha recuperato. Ma forse il problema era iniziato molto prima.

La sanità italiana sembra vivere in una gigantesca sessione di recupero permanente. Ogni anno c’è qualcosa da recuperare. Ogni anno c’è una nuova emergenza. Ogni anno c’è una nuova rincorsa. Liste da smaltire. Prestazioni da accelerare. Carenze da coprire. Personale da trovare. E quando tutto diventa urgente, nulla viene più programmato.

Perché la programmazione richiede una cosa che l’emergenza non conosce: il tempo. Il tempo per prevedere. Il tempo per organizzare. Il tempo per costruire. Molto più semplice inseguire. Molto più semplice annunciare piani straordinari. Molto più semplice celebrare il recupero.

Peccato che i cittadini non vivano dentro i comunicati stampa. Vivono dentro le attese. Dentro le prenotazioni. Dentro i rinvii. Dentro le telefonate senza risposta. E per loro la differenza tra recuperare e garantire è enorme. Perché un diritto garantito arriva quando serve. Un diritto recuperato arriva quando si riesce. E non è la stessa cosa.

La verità è che abbiamo lentamente trasformato l’eccezione in metodo. Lo straordinario in ordinario. L’urgenza in organizzazione. E adesso ci sembra normale. Normale parlare di recupero. Normale parlare di arretrati. Normale parlare di piani emergenziali. Come se la sanità fosse una macchina progettata per rincorrere invece che per anticipare.

Ma i sistemi costruiti per rincorrere hanno sempre lo stesso destino. Corrono sempre. E arrivano sempre dopo. Per questo la vera domanda non è “quanti appuntamenti siamo riusciti a recuperare quest’anno?”. La vera domanda è “quando abbiamo smesso di pretendere una sanità che garantisce e abbiamo iniziato ad accontentarci di una sanità che recupera?”.

Guido Gabriele Antonio

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