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Assistente infermiere: quando la soluzione è abbassare l’asticella

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Si dice che servano soluzioni rapide. Che la carenza infermieristica non possa più aspettare. Che il sistema abbia bisogno di risposte immediate, anche imperfette. Ed è proprio partendo da questa urgenza che prende forma l’assistente infermiere. Una figura pensata per supportare, alleggerire, aiutare. Un linguaggio rassicurante, che fa sembrare la scelta quasi inevitabile.

Ma il modo in cui definiamo un problema determina sempre il tipo di risposta che scegliamo. Se la carenza viene letta come mancanza di “mani”, la soluzione sarà aumentare le mani disponibili. Se invece venisse letta come incapacità di trattenere competenze, la risposta sarebbe necessariamente diversa.

Qui sta il primo nodo. La carenza infermieristica non nasce perché il lavoro è troppo complesso, ma perché è diventato troppo poco sostenibile nel tempo. E quando questo aspetto viene ignorato, ogni intervento rischia di agire solo in superficie.

L’assistente infermiere diventa così una risposta funzionale, ma anche un segnale culturale preciso: invece di rendere il lavoro più abitabile per chi ha studiato si preferisce riorganizzarlo abbassando la soglia di accesso.

Forse il problema non è l’esistenza di una figura di supporto. Il problema è quale domanda stiamo evitando. Stiamo cercando di capire perché un infermiere esperto lascia o stiamo solo cercando qualcuno che possa fare “abbastanza” al suo posto?

Ogni sistema, prima o poi, deve scegliere come difendersi dalla propria crisi. Può investire per rendere il lavoro sostenibile oppure può adattarsi, riducendo le aspettative. Nel primo caso costruisce futuro. Nel secondo compra tempo.

E forse la vera soluzione non è chiedersi se l’assistente infermiere serva, ma se il sistema stia facendo tutto il possibile per non averne bisogno.

Guido Gabriele Antonio

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