Il disegno di Legge di Bilancio 2027-2029 e la relazione tecnica che lo accompagna sono atti pubblici: 175 pagine il primo, 198 la seconda. Vanno letti insieme, perché il testo dice che cosa si intende fare e la relazione tecnica quanto di quello sia nuovo.
Il titolo V, dedicato alla sanità, va dall’articolo 69 al 75. Il fabbisogno sanitario nazionale standard cresce di 2.365 milioni nel 2027, 2.352 nel 2028 e 2.399 annui dal 2029: sommato al miliardo già iscritto dalla legge precedente, è l’incremento di 3,4 miliardi che porta il Fondo sanitario nazionale a 146,3 miliardi.
Le Regioni, nella proposta portata in Conferenza Stato-Regioni dagli assessori alla Salute, avevano chiesto 6,818 miliardi per il solo 2027 e oltre 18 nel triennio. Le risorse assegnate sono meno di un terzo di quelle ritenute necessarie da chi quei bilanci amministra.
La relazione tecnica consente di seguire l’incremento voce per voce: tariffe dei ricoveri per acuti, indennità dei pronto soccorso, prestazioni aggiuntive, tetti di farmaceutica e dispositivi, Alzheimer, sentenze sul servizio mensa. Per ciascuna ripete la stessa formula: trova copertura nell’ambito dell’incremento del livello del finanziamento. Non si sommano all’aumento, lo impegnano. Al netto di tutto, la quota lasciata alla libera disponibilità delle Regioni, anche per far fronte all’inflazione, è di 138 milioni nel 2027.
Alla sanità pubblica il provvedimento destina due interventi riconoscibili. Il primo, strutturale, è l’incremento di 380 milioni annui per l’indennità del personale dei pronto soccorso dal primo gennaio 2027, 114 alla dirigenza medica e 266 al comparto.
Il secondo è lo stanziamento di 300 milioni per il solo 2027 per le prestazioni aggiuntive, entro la tariffa oraria dei contratti vigenti: un intervento a termine, che aumenta le ore ma non gli organici. Si aggiungono 200 milioni annui dal 2028 al 2030, fuori dal fabbisogno, per la riqualificazione energetica degli ospedali pubblici. Su assunzioni e stabilizzazioni il testo non interviene.
Per la sanità accreditata convenzionata la disposizione di riferimento è l’articolo 74: dal 2027 il tetto di spesa per l’acquisto di prestazioni da erogatori accreditati convenzionati aumenta di tre punti percentuali, due per il decreto del 12 maggio 2026 sulle tariffe della riabilitazione ospedaliera e della lungodegenza post acuzie, uno per quello del 7 agosto 2026 sulla specialistica ambulatoriale e protesica.
La relazione tecnica stima l’impatto in 365 milioni annui e precisa che non comporta nuovi o maggiori oneri: le risorse erano già preordinate dalle leggi precedenti. Non è un finanziamento aggiuntivo, ma una norma di salvaguardia, che evita che le nuove tariffe si traducano in meno prestazioni acquistate.
Va detto con chiarezza, perché circola la tesi opposta: ospedali classificati, case di cura accreditate convenzionate, centri di riabilitazione e strutture socio sanitarie accreditate convenzionate non hanno ricevuto alcun trattamento di favore, e nell’incremento del fabbisogno non figura una sola voce a loro destinata.
Vi è di più: le risorse disposte dalle leggi precedenti non sono ancora operative, perché l’aggiornamento tariffario della riabilitazione attende in diverse Regioni il recepimento e il secondo decreto sui raggruppamenti omogenei di diagnosi degli acuti non risulta emanato. Stanziate sulla carta, non tradotte in tariffe applicate.
Restano fuori dal testo il comparto socio sanitario e il territorio. L’espressione ex articolo 26 della Legge 833 del 1978 non compare né nell’articolato né nella relazione tecnica, e con essa non compaiono la riabilitazione estensiva extraospedaliera, le rette delle strutture socio sanitarie e alcuna risorsa per adeguarle. Non compaiono le case e gli ospedali di comunità, l’assistenza domiciliare, la medicina generale, la prevenzione e i vaccini.
Ne risulta un quadro nel quale entrambe le gambe del sistema sono fragili. La prima riceve meno di un terzo di quanto le Regioni avevano chiesto, e quel poco è in larga parte già impegnato. La seconda non riceve risorse nuove. Un sistema che cammina su due gambe entrambe indebolite non regge il peso che gli si chiede di portare, e quel peso, nei prossimi anni, aumenterà.
C’è poi una questione che non è materia di bilancio ma che senza il bilancio non trova soluzione: il rinnovo dei contratti collettivi del comparto accreditato convenzionato. Il contratto degli ospedali classificati e delle case di cura accreditate convenzionate, Aris e Aiop, è fermo al 2018: otto anni. Quello delle strutture socio sanitarie ex articolo 26, Aris Rsa e Aiop Rsa, è fermo al 2012: quattordici anni.
Lo stallo è lo stesso: le parti datoriali non sottoscrivono incrementi che tariffe e rette non remunerano, le Regioni non adeguano senza risorse statali, lo Stato non le stanzia perché il rinnovo non c’è. Una circolarità che si alimenta da sola, il cui costo ricade sui professionisti.
Una soluzione è alla portata e non richiede risorse nuove: definire allo stesso tavolo, in Conferenza Stato-Regioni, l’accordo su tariffe e rette e il rinnovo dei contratti, vincolando l’adeguamento alla prova che il rinnovo sia stato sottoscritto e applicato. La sequenza separata ha prodotto quattordici anni di attesa. L’accreditamento non può però esserne condizionato: le conseguenze ricadrebbero sui pazienti.
Il disegno di legge è ora all’esame del Parlamento e dovrà essere approvato entro il 31 dicembre. La sessione emendativa è la sede per colmare le lacune richiamate: una quota vincolata, dentro l’incremento del fabbisogno, per l’adeguamento delle tariffe e delle rette della riabilitazione estensiva e delle strutture socio sanitarie ex articolo 26, e il finanziamento stabile del personale delle strutture territoriali già realizzate.
Il Servizio sanitario nazionale poggia su due gambe che operano sugli stessi cittadini: è ragionevole che le decisioni di finanza pubblica le tengano entrambe nella stessa inquadratura.
Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico
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