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Infermieri dall’estero: l’integrazione non è una teoria

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Sono le 3 di notte in una piccola Rsa dell’entroterra. La signora del letto 12 non riesce a dormire e parla nel dialetto della sua infanzia. Anice, infermiera arrivata dall’India molti anni fa, si siede sul bordo del letto. In Abruzzo ha imparato che mo’ vuol dire “adesso” e che certe notti la signora cerca una sorella morta trent’anni fa. Le stringe la mano, le risponde con le stesse parole, e la signora si addormenta.

Nelle nostre corsie l’integrazione non è una teoria. È la collega arrivata da lontano che impara le parole del dialetto per capire la signora del letto 12, è il turno di notte condiviso, è una mano che stringe quella di chi soffre senza che nessuno chieda da dove venga. Chi lavora in un ospedale pubblico o classificato, in una clinica, in una struttura riabilitativa o socio-sanitaria, in una Rsa lo sa da anni, perché lo vive ogni giorno, in silenzio.

Nessuna circolare l’ha imposta: è nata dal bisogno e dalla fatica condivisa, attorno al paziente. Anice, come tanti colleghi, ha seguito un corso di italiano, ha superato le prime incomprensioni, ha completato l’iter per il riconoscimento del titolo. E’ cresciuta soprattutto grazie all’affiancamento, alla formazione e al rispetto reciproco del gruppo.

Alle 8 del mattino, finito il turno, Anice accompagna la figlia a scuola. La bambina è nata in Italia e parla con la cadenza del paese. Nella sua classe sono in sei: senza di lei e senza altri due compagni figli di genitori arrivati da lontano, quella classe forse non esisterebbe.

Nel 2025 in Italia sono nati circa 355mila bambini, a fronte di oltre 650mila decessi. Secondo gli ultimi dati disponibili, del 2024, circa un nato su sette ha entrambi i genitori stranieri. Altri nascono da famiglie miste, con madre italiana e padre straniero o viceversa. Nei piccoli comuni, dove le nascite sono rarissime, questi bambini fanno spesso la differenza tra una comunità che vive e una che si spegne.

Come nelle corsie, anche nello sport questa integrazione esiste già. Tutti abbiamo visto la nuova generazione indossare la maglia azzurra, cantare l’inno con la mano sul cuore. Paola Egonu e Myriam Sylla, nate in Italia da genitori nigeriani e ivoriani, hanno portato la pallavolo femminile all’oro olimpico di Parigi 2024. Sara Curtis, nata a Savigliano da padre italiano e madre nigeriana, ha fatto sognare il nuoto azzurro. Sono italiane, figlie delle nostre città. E dietro di loro, su ogni campetto di paese, migliaia di ragazzi imparano a sentirsi parte di una squadra e di un Paese.

Certo, ci sono problemi: famiglie in difficoltà e un po’ isolate; figli sospesi tra la lingua di casa e quella della scuola; quartieri dove le comunità vivono fianco a fianco senza incontrarsi, segnati da degrado, disagio e pregiudizi. Negarlo sarebbe ingiusto quanto ingigantirlo. Per questo prendersi cura di loro non è un gesto di generosità, ma un atto di responsabilità verso il futuro di tutti.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ad Amatrice ha definito la scuola “la leva più efficace di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia figli di emigrati”, chiamata “a unire e a non lacerare”. Don Lorenzo Milani lo aveva scritto sulla parete della sua scuola di Barbiana: “I care”, ossia “Mi sta a cuore”. Una lezione che oggi parla ad altri volti e altri cognomi.

Ciò che non va si può correggere. Le corsie lo insegnano: un reparto in difficoltà non si chiude, si riorganizza. Così nei nostri paesi: investimenti, incontri, progetti e percorsi condivisi possono rafforzare ciò che già funziona e correggere ciò che ancora non va.

Serve una scuola che accompagni, con insegnanti sostenuti e percorsi di lingua dove servono. Servono contributi alle società sportive, alle parrocchie, alla Caritas, agli oratori e alle associazioni di volontariato che tengono aperte le porte nelle città, nelle periferie, nei piccoli comuni e nelle aree spopolate, dove si conoscono i nomi delle famiglie che arrivano.

Bisogna investire nelle strutture di cura che, offrendo lavoro ai genitori, offrono stabilità alle famiglie e ai figli. È un nuovo corso, che dobbiamo seguire con intelligenza, con regole chiare e con il cuore: senza divisioni o proclami, ma con condivisione. Non è una questione di parte: è una questione di comunità.

Forse un giorno vedremo la figlia di Anice con la maglia azzurra, forse in corsia con un camice, forse dietro una cattedra. Qualunque strada sceglierà, sarà una strada italiana. Il futuro dei nostri paesi e delle nostre strutture di cura può nascere così: una comunità alla volta, un nome alla volta.

Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico

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