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Sanità, il buono pasto finisce in tribunale. Le Regioni provano a toglierlo dal menù

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Monza, mensa chiusa e niente buono pasto per gli infermieri turnisti: Nursind non ci sta
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Dopo anni di contenziosi sul diritto alla mensa del personale turnista, le Regioni avrebbero proposto di escludere ogni automatismo tra il superamento delle sei ore, la pausa e il buono sostitutivo. Se il testo sarà confermato, il sistema sanitario avrà trovato una soluzione molto italiana: non organizzare il servizio, non finanziare il diritto e infine modificare la norma.

Per anni il personale sanitario ha lavorato più di sei ore senza sapere con certezza se avesse diritto a mangiare. Adesso potremmo finalmente ricevere una risposta chiara: no. Secondo la ricostruzione diffusa dalla Fials, le Regioni avrebbero proposto una disposizione per escludere che il superamento delle sei ore di lavoro e il diritto alla pausa determinino automaticamente il riconoscimento della mensa o del buono pasto sostitutivo.

La formulazione integrale dell’emendamento non risulta al momento pubblicamente disponibile. Non possiamo quindi stabilire con certezza quali lavoratori riguardi, se intervenga soltanto per il futuro o se possa produrre effetti sui contenziosi già avviati. Questa precisazione è necessaria. Non rende meno significativa la questione politica.

Il problema non nasce oggi. Da anni lavoratori, aziende e tribunali discutono su condizioni, articolazione del turno e collegamento tra pausa e diritto alla mensa. L’assenza di una disciplina applicata in modo uniforme ha prodotto ricorsi, interpretazioni aziendali differenti e costi legali.

Due infermieri con lo stesso contratto possono così ricevere trattamenti diversi perché lavorano in aziende differenti o perché uno dei due ha deciso di rivolgersi a un giudice. È il federalismo del panino: il diritto cambia insieme all’indirizzo dell’ospedale.

Le Regioni avrebbero riconosciuto che gli spazi per resistere nei giudizi si stanno riducendo. La risposta, però, non sarebbe finanziare una disciplina uniforme o negoziare una soluzione contrattuale. Sarebbe chiedere al legislatore di escludere l’automatismo sul quale si fondano molte rivendicazioni.

Se la ricostruzione sarà confermata, il passaggio è politicamente evidente: quando il contenzioso diventa sfavorevole, invece di correggere l’organizzazione si prova a correggere la norma.

Naturalmente il buono pasto non è una retribuzione aggiuntiva mascherata, né può essere riconosciuto ignorando condizioni contrattuali e modalità concrete del servizio. Occorre stabilire criteri precisi: durata del turno, diritto alla pausa, possibilità effettiva di consumare il pasto, disponibilità della mensa e incompatibilità con le esigenze assistenziali.

Ma criteri precisi non significano criteri impossibili. In ospedale il lavoratore può avere formalmente diritto a una pausa e non riuscire concretamente a utilizzarla. Può trovarsi in una struttura priva di mensa, lavorare durante la notte o non potersi allontanare dall’unità operativa per carenza di personale.

Riconoscere una pausa sulla carta non significa aver creato le condizioni per consumare un pasto. Qui emerge il vero problema organizzativo. Il sistema continua a trattare mensa e buono come benefici accessori, mentre riguardano turni prolungati, recupero psicofisico e sostenibilità del lavoro. Non è soltanto una discussione sui pochi euro del ticket: è il modo in cui l’azienda considera il tempo del professionista durante una giornata di assistenza.

Se la pausa è prevista ma l’organico non permette di utilizzarla, non abbiamo garantito un diritto. Abbiamo compilato correttamente il regolamento. Le aziende avrebbero dovuto rilevare quanti lavoratori effettuano turni superiori alle sei ore, quali strutture dispongono di mensa, in quali fasce questa è aperta e quante pause vengono realmente fruite. Solo attraverso questi dati sarebbe stato possibile quantificare il fabbisogno economico e organizzare una disciplina omogenea.

Invece il sistema ha aspettato che fossero i ricorsi a misurare il problema. Il risultato è quello abituale: somme arretrate, spese processuali, differenze tra aziende e uffici amministrativi impegnati a gestire un contenzioso che una programmazione chiara avrebbe potuto evitare.

Questa vicenda dice molto anche sulla gestione del personale. Si parla continuamente di attrattività del Ssn, benessere organizzativo e valorizzazione delle professioni sanitarie. Poi, su un istituto elementare come la possibilità di consumare un pasto durante un turno lungo, si costruiscono anni di conflitto.

Non sarà un buono pasto a risolvere la carenza di infermieri. Negarlo, però, contribuisce a rendere credibile l’idea che il sistema chieda disponibilità senza riuscire a garantire neppure le condizioni ordinarie del lavoro.

La soluzione dovrebbe passare da una disciplina nazionale chiara, finanziata e verificabile. Governo, Regioni e organizzazioni sindacali devono definire condizioni uniformi, distinguendo tra accesso alla mensa e buono sostitutivo, garantendo una risposta anche per turni notturni e sedi prive di servizio.

Le aziende dovrebbero inoltre registrare la fruizione effettiva delle pause. Se un reparto non consente sistematicamente ai professionisti di interrompere il lavoro, il problema non è il ticket: è l’organico.

Qualsiasi intervento legislativo dovrà infine rispettare la certezza del diritto e chiarire espressamente gli effetti sui procedimenti già avviati. Una norma interpretativa non può diventare uno strumento attraverso il quale una delle parti del conflitto riscrive a posteriori le condizioni della controversia.

Servono regole nuove per evitare i ricorsi futuri, non regole retroattive per rendere inutili quelli presenti. La sanità pubblica non può chiedere ai professionisti di sostenere turni difficili e poi considerarne il pasto un lusso da contenere. Né può affidare ai tribunali ciò che contratto, organizzazione e finanziamento avrebbero dovuto definire da tempo.

Perché un sistema incapace di organizzare persino la pausa continua certamente a funzionare. Ma soltanto perché qualcuno rinuncia a farla.

Guido Gabriele Antonio

Fonte: Comunicato stampa Fials

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