La nuova laurea magistrale dedicata alle cure primarie parte con 316 posti distribuiti in 11 università, ma senza sedi nel Mezzogiorno e nelle isole. Il Ssn promette prossimità ai cittadini e centralizzazione agli infermieri: una contraddizione che rischia di aggravare proprio i divari territoriali che la riforma dovrebbe ridurre.
L’infermiere di famiglia e comunità nasce per avvicinare l’assistenza alle persone.
Peccato che, per diventarlo, un infermiere del Sud debba prima allontanarsi da casa. È uno dei piccoli capolavori organizzativi nei quali il Servizio sanitario italiano riesce periodicamente a eccellere: progettare una figura professionale fondata sulla prossimità e distribuire la relativa formazione nel modo meno prossimo possibile.
Secondo la ricognizione pubblicata da Nurse Times, nell’anno accademico 2026-2027 soltanto 11 università hanno attivato la laurea magistrale in Scienze infermieristiche specialistiche nelle cure primarie e nell’infermieristica di famiglia e comunità. I posti disponibili sarebbero complessivamente 316.
L’offerta formativa si concentra nel Centro-Nord e non scende al di sotto di Roma. Sud e isole, per il momento, possono partecipare alla riforma territorialmente: da lontano.
La questione non riguarda soltanto l’università. Riguarda il modo in cui il Paese sta costruendo la nuova assistenza territoriale.
Il Dm 77 del 2022 ha indicato case della comunità, assistenza domiciliare, centrali operative e infermieristica di famiglia tra gli elementi essenziali del nuovo modello. Il Pnrr ha finanziato strutture, tecnologie e interventi organizzativi. Nel frattempo, però, la formazione specialistica necessaria per sostenere quel modello è partita con una distribuzione geografica fortemente squilibrata. Abbiamo quindi le strutture da completare, i servizi da attivare e le figure da formare. Non necessariamente nello stesso luogo e, possibilmente, non nello stesso momento.
Il problema diventa particolarmente serio per gli infermieri già occupati. La maggior parte dei potenziali candidati non è composta da studenti liberi di trasferirsi per due anni, ma da professionisti con turni, contratti, famiglie e responsabilità. Chiedere loro di frequentare un percorso magistrale a centinaia di chilometri significa trasformare il diritto alla formazione in una prova di resistenza logistica ed economica.
Non basta, infatti, trovare una stanza vicino all’università. Occorre conciliare lezioni, attività didattiche, eventuali tirocini, lavoro e spostamenti. Per un dipendente sanitario turnista, la distanza non è un disagio accessorio: può essere il motivo concreto per rinunciare. Il risultato prevedibile è che la formazione avanzata diventi più accessibile a chi vive nei territori già dotati di un’offerta universitaria e più difficile per chi opera nelle Regioni che avrebbero maggiore bisogno di rafforzare l’assistenza territoriale.
Il divario sanitario, così, non viene soltanto ereditato. Viene anche formato. La contraddizione è evidente. Le Regioni meridionali presentano aree interne, mobilità sanitaria, popolazioni anziane, cronicità e servizi territoriali ancora fragili. Proprio in questi contesti servirebbero professionisti capaci di leggere i bisogni della comunità, coordinare percorsi, sostenere l’autocura, intercettare precocemente le fragilità e collegare domicilio, medicina generale, servizi sociali e ospedale.
Eppure la possibilità di acquisire quelle competenze viene concentrata altrove. Il rischio è duplice. Da una parte, le nuove strutture potrebbero aprire senza un numero sufficiente di professionisti specificamente formati. Dall’altra, gli infermieri che si sposteranno potrebbero costruire relazioni accademiche e opportunità lavorative nei territori ospitanti, senza alcuna garanzia di rientro.
In pratica, il Sud rischia di esportare anche i professionisti che vorrebbe specializzare. Non sarebbe una novità. Il sistema universitario e sanitario meridionale conosce da anni il fenomeno della mobilità formativa: giovani e lavoratori si spostano per studiare e spesso rimangono dove trovano maggiori opportunità. Questa volta, però, la contraddizione appare ancora più vistosa perché riguarda una figura pensata proprio per ridurre le disuguaglianze di accesso.
Non si può costruire la prossimità sanitaria attraverso la lontananza formativa. La responsabilità non può essere attribuita soltanto agli atenei. Attivare un nuovo corso richiede docenti, programmazione, sostenibilità economica, organizzazione didattica e rapporti con i servizi nei quali realizzare la formazione. Ma proprio per questo la questione avrebbe richiesto un coordinamento nazionale e regionale anticipato.
Ministero, Regioni, università e aziende sanitarie avrebbero dovuto programmare insieme il fabbisogno: quanti infermieri di famiglia servono, dove devono essere formati, quali sedi possono ospitare i corsi e quali servizi territoriali possono sostenere le attività professionalizzanti. Invece rischiamo di procedere secondo il consueto modello italiano: prima definiamo la figura, poi costruiamo qualche struttura, successivamente attiviamo alcuni corsi e infine scopriamo che le quattro cose non coincidono geograficamente.
La risposta non consiste necessariamente nell’aprire un corso in ogni università. Un’espansione improvvisata produrrebbe percorsi deboli, docenze frammentarie e titoli formalmente nuovi ma professionalmente poveri. Occorre però una rete formativa interregionale, con sedi distribuite anche nel Mezzogiorno, modalità didattiche compatibili con il lavoro e attività professionalizzanti organizzate nei servizi territoriali locali.
Le tecnologie consentono di svolgere parte della formazione a distanza, ma non possono sostituire il confronto clinico, il tutoraggio e l’esperienza nei contesti di comunità. Servono inoltre borse di studio, permessi formativi e accordi con le aziende sanitarie. Non si può dichiarare strategica una competenza e lasciare che il singolo infermiere ne sostenga interamente costi, trasferimenti e sacrifici organizzativi.
Soprattutto, bisogna chiarire quale riconoscimento professionale attenda chi completa il percorso. Una laurea specialistica acquista valore se corrisponde a funzioni definite, incarichi, responsabilità, autonomia e sviluppo di carriera. Se il professionista torna in azienda e viene utilizzato esattamente come prima, avremo innovato soprattutto il curriculum.
La formazione deve precedere il cambiamento organizzativo, ma deve anche incontrarlo. I 316 posti rappresentano un avvio importante. Dimostrano che l’infermieristica specialistica nelle cure primarie sta finalmente assumendo una forma accademica riconoscibile. Non sono però sufficienti se l’offerta rimane geograficamente squilibrata e scollegata dai fabbisogni regionali.
Il successo della riforma non si misurerà dal numero dei corsi inaugurati, ma da quanti professionisti saranno formati, dove lavoreranno e quali risultati produrranno per cittadini e comunità. Altrimenti avremo case della comunità nel Mezzogiorno, lauree specialistiche al Centro-Nord e infermieri costretti a fare da collegamento ferroviario tra la programmazione e la realtà.
L’infermiere di famiglia dovrebbe rappresentare la professione della prossimità. Se per formarlo chiediamo al Sud di partire, la prima distanza da colmare non sarà quella tra ospedale e territorio. Sarà quella tra le riforme annunciate e il Paese nel quale dovrebbero funzionare.
Guido Gabriele Antonio
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